iPerché di Impaginato, risponde Padellaro: "Quegli incontri segreti tra Almirante e Berlinguer"


I due statisti unirono le forze contro il terrorismo, nero e rosso, perché "il bene comune dovrebbe essere il presupposto di chi fa politica". Oggi invece...


di Francesco De Palo
Categoria: ABRUZZO-ITALIA
10/06/2019 alle ore 19:51



Che cos'è l'interesse generale? E'quel collante che fa sì che i distinti e i distanti trovino un terreno comune da arare per il bene di tutti. E se i distinti sono due giganti come Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer allora l'occasione è davvero ghiotta per capire e scartavetrare la patina di ultra partitismo che in quegli anni drammatici per l'Italia e per gli italiani non permetteva miscellanee.

Antonio Padellaro, giornalista ed editorialista, già direttore de l'Unità e tra i fondatori del Fatto Quotidiano, racconta a Impaginato.it la genesi del suo ultimo libro “Il gesto di Almirante e Berlinguer” Editore PaperFIRST.

Aldo Moro è stato assassinato e i due leader si incontrano. Come nacque quel dialogo e su quali prospettive di snodò?

Nacque in un'Italia insanguinata, dove il terrorismo era fuori controllo. Quando viene rapito e poi ucciso dopo i famosi cinquantacinque giorni l'uomo più importante della politica italiana, segretario della Dc, il partito di maggioranza relativa nel paese, allora vuol dire che tutto è possibile. Tutto ciò avveniva dopo che erano stati assassinati giornalisti, politici e magistrati, senza contare i feriti. Il tutto mentre sull'altro versante avevamo le bombe nere sui treni, con il sospetto di un'infiltrazione dei servizi segreti deviati.

Un'Italia nel caos e prossima alla deriva...

Un paese preda del marasma e della disperazione, nell'assenza di futuro, in cui questi due personaggi decidono di incontrarsi intanto per scambiarsi delle informazioni sul terrorismo di “casa loro”, Brigate rosse e Nar. E poi probabilmente per studiare un strategia comune: lo sappiamo perché, evidentemente, qualcosa raccontavano al termine degli incontri. Del merito non sappiamo nulla, perché erano riservatissimi, ma Almirante in seguito confermò il tema delle conversazioni.

Crede che Almirante e Berlinguer furono avversati o sostenuti dai rispettivi staff?

Gli staff erano solo due persone: Tonino Tatò, l'ombra di Berlinguer e Massimo Magliaro, portavoce di Almirante. Il rapporto tra i primi due era molto stretto, quasi di amicizia personale, anche se Berlinguer era di fatto una persona molto riservata. Per cui è evidente che Tatò fosse al corrente di quello che si dicevano: Tatò era tra l'altro esponente dei cosiddetti cattolici comunisti, ovvero quel gruppo che metteva assieme i valori del cattolicesimo assieme a quelli della sinistra. Un uomo molto impegnato che sapeva e approvava. Ma nessun altro sapeva. Tra l'altro era soprannominato non il portavoce ma il portasilenzi, perché non diceva una parola che fosse una oltre ciò che era stato concordato.

E Magliaro?

Aveva un ruolo diverso, era più ordinato: faceva un po'da scudo ad Almirante e quest'utimo si confidava con lui. Gli altri non sapevano, perché se avessero saputo avrebbero creato dei problemi. Immaginiamo cosa sarebbe accaduto nel gruppo dirigente del Pci se fosse arrivata voce di quegli incontri, in un momento in cui il Segretario aveva già delle noie all'interno del partito.

Quali?

Rischiava spesso di andare in minoranza e le sue aperture alla Dc non sempre erano gradite. Senza parlare poi della reazione del popolo comunista, che allora era molto rigoroso sulla pregiudiziale antifascista. La stessa cosa va detta per Almirante, su cui è di recente emerso un episodio che non ho inserito nel libro. Sembra infatti che fosse favorevole al divorzio, anche perché viveva una situazione personale nuova con Donna Assunta. Ma quando trapelò che sarebbe stato pronto a fare una campagna per il divorzio in vista del referendum, successe un'ira di Dio e dovette ripiegare. Per dire che spesso le vicende personali confliggono con la ragion di partito.

Parola chiave è il gesto, più di mille parole. Solo merito di un'emergenza o della statura dei due leader?

I gesti dovrebbero essere la sostanza della politica, molto più delle parole. Ma le parole senza i gesti sono gusci vuoti, promesse, illusioni, suggestioni. In quel caso il gesto fu rappresentato dal voler mettere assieme le proprie energie per il cosiddetto interesse generale, quello che è chiamato bene comune. Questo dovrebbe essere il presupposto di chi fa politica, non l'interesse di fazione o personale.

Oggi cosa occorrerebbe fare per l'interesse dell'Italia?

Viviamo una condizione economica molto precaria aggravata dai rapporti problematici con l'Ue: beh, sarebbe un guaio se tutti i leader si sedessero attorno ad un tavolo per studiare una strategia comune da portare a Bruxelles? E'evidente che parliamo cose che non stanno né in cielo né in terra, perché alla fine ognuno porterà l'acqua al proprio mulino.

Ieri due leader distinti e distanti unirono le forze contro un nemico: un gesto simbolico di cui nulla si seppe. Oggi si sa molto invece, graze ai social, di una politica spesso priva di gesti davvero alti. Che insegnamento si può trarre da quegli incontri?

Non sono un nostalgico, né un passatista, perché ogni epoca ha i suoi strumenti, che ora sono i social con cui è giusto confrontarsi. Ma come ogni strumento va usato con la giusta misura, altrimenti tutto diventerà un parlarsi addosso e probabilmente nessuno poi ci crederà più. Inoltre se questo villaggio globale porterà dei risultati e dei punti fermi benissimo. Ma se condurrà solo ad una polemica continua...a cosa serve?

Pensa che, alla fine, l'ideologia abbia in sé la forza di bene amministrare problemi e contingenze, meglio della politica liquida senza né case né passati?

L'età delle ideologie è morta. Erano come degli armadi con tanti cassetti, ognuno dei quali con una risposta al problema: l'economia, la società, il welfare. Per cui si apriva il cassetto di destra e di sinistra e si tirava fuori la soluzione gradita. Oggi non è più così, perché i cittadini vogliono risposte immediate e pragmatiche. Il grande successo della Lega, soprattutto nelle città dell'ex Italia rossa, lo dimostra.

Ovvero?

Accade che un elettore di sinistra vede che le sue giunte non fanno nulla per trovare una soluzione agli immigrati che ciondolano nei parchi pubblici e lo dico senza dare un giudizio sul tema. Quell'elettore si sente anche offeso perché ascolta parole bellissime ma vuote, come accoglienza, integrazione, convivenza. Vuote perché alla fine vanno riempite di fatti e soluzioni. Se ciò non avviene e al contempo arriva Salvini e dice “ci penso io”, quegli elettori di sinistra votano poi Lega. E la soluzione del problema migranti supera le appartenenze. Ma attenzione, perché l'inflazione di parole ha portato alla iper semplificazione dei concetti e oggi viene percepito che la Lega ha una soluzione spiccia mentre la sinistra si arrovella e non risolve.

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