iPerché di Impaginato, parla Sacchi: Vi racconto il Craxi statista e quanto manca all'Italia


La giornalista parlamentare, firma di Panorama, oggi ad Hammamet con la Fondazione Craxi per ricordare il leader socialista


di Francesco De Palo
Categoria: ABRUZZO
19/01/2019 alle ore 09:20

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Bettino Craxi? Uno statista, che è rimasto il convitato di pietra della politica italiana, oggi troppo piegata nell'insultare retoricamente la Prima Repubblica. 

Così a Impaginato.it Paola Sacchi, giornalista parlamentare, già inviata di Unità e attualmente firma di Panorama, autrice de “I conti con Craxi”, (2017), edito da Male edizioni di Monica Macchioni, frutto di numerose conversazioni avute con il leader socialista tra il 1997 e il 1999 in Tunisia.

Oggi Sacchi si trova ad Hammamet conla Fondazione Craxi per ricordare il leader socialista nel diciannovesino anniversario della sua scomparsa.

Perché il 19 gennaio è una data di “libertà”?

E' il diciannovesimo anniversario della scomparsa dello statista Bettino Craxi, in esilio ad Hammamet, ed anche la data della morte di Jan Palach, che si immolò a Praga sull'altare dei valori della libertà. Una significativa coincidenza della storia. Proprio a Praga, mi raccontò Craxi, egli diventò un uomo di sinistra ma anticomunista perché, come ricorda nei suoi libri anche Carlo Ripa di Meana, e suo sodale nell'Unione Goliardica Italiana, venne avvicinato da un uomo all'angolo di una strada che gli disse: “qui non c'è libertà”. Per cui il giovane Craxi rimase molto colpito da una realtà che poi Jan Palach, con il suo sacrificio, pose all'attenzione del mondo intero.

Nel libro “I conti con Craxi”, realizzato dopo molte conversazioni ad Hammamet, tra le altre cose osserva che Craxi è tornato di moda. Perché?

Il libro ha inteso riprendere un certo dibattito sull'intitolazione a Craxi di una via a Milano, dopo l'indomito impegno della senatrice di Forza Italia e figlia di Bettino, Stefania, che tramite la fondazione si è intestata la battagia per la difesa della memoria politica di suo padre. Quell'iniziativa purtroppo è finita con un nulla di fatto ma, al di là della contingenza, credo che Craxi sia rimasto il convitato di pietra della politica italiana perché di lui comunque, per un verso o per l'altro, si continua sempre a parlare. In fondo Bettino è riuscito in un grande obiettivo.

Quale?

La sfida che ha lanciato da Hammamet è stata questa: “Io parlo e continuerò a parlare”.

Perché se ne parla così tanto, per invidia, nostalgismo o mancanza di rinnovamento?

Perché da un lato continua ad essere additato dai giustizialisti come simbolo di tutti i mali della cosiddetta Prima Repubblica. E dall'altro perché è stato oggetto di un giudizio sfumato e imbarazzato figlio di una sorta di coscienza, a mio avviso, sporca del Paese e della sua classe politica, ad eccezione dell'ex premier Silvio Berlusconi che lo ha difeso sempre, senza se e senza ma: un fatto, non un'opinione. Evidentemente si era consapevoli nella sinistra post-comunista che Craxi veniva sottoposto ad un trattamento che, penso, non abbia eguali nelle democrazie occidentali. E'stato pur sempre il premier sotto il quale l'Italia è entrata nel G7.

Nichi Vendola di lui disse: “non si può ridurre la vita politica di Craxi alla cifra di una vicenda giudiziaria”, aggiungendo che “ci sono semi buoni che devono ancora germogliare”. Che ne pensa?

Ho apprezzato Vendola sul piano personale, ma agli ex comunisti faccio una critica politica: non trovo giusto continuare a sostenere che serve distinguere la vita politica da quella giudiziaria. Prima ancora, Massimo D'Alema, uomo molto intelligente, avanzò questa distinzione negli anni in cui Craxi era esiliato in Tunisia e all'interno del partito gli saltarono tutti addosso. Personalmente ritengo la vicenda giudiziaria uno dei maggiori vulnus della democrazia italiana: con un uomo costretto all'esilio, dopo la scena delle monetine al Raphael.

Negli Usa sarebbe accaduto?

Craxi non è Nixon: ma mi chiedo, gli Usa pensarono di mandare a casa il proprio Presidente dopo lo scandalo Watergate? No, la più grande democrazia del mondo non lo fece. Intediamoci, c'è una enorme differenza tra i personaggi su cui non sto dando un giudizio. Mi limito a osservare che, pur apprezzando politici come Nichi, fin quando la sinistra continuerà a ragionare in questi termini non uscirà mai dal proprio iper giustizialismo che ha contribuito ad azzoppare la politica italiana.

L'ex governatore pugliese ha apprezzato il fatto che Craxi salvò l'Italia dall'inflazione a due cifre...

Sì, fu grazie al decreto di San Valentino. Ma la sinistra gli si scagliò contro, a cominciare dal segretario del Pci Enrico Berlinguer.

La retorica dell'ultimo quinquennio italiano si è concentrata molto sui danni e sui difetti della Prima Repubblica: un'iperbole?

Credo sia stato proprio questo atteggiamento ad essere causa di molti mali attuali, come l'antipolitica, e non perché gli statisti internazionali del livello di Craxi fossero passatisti. Anzi. Nel 1992 fece un discorso in Parlamento molto chiaro, assumendosi tutte le proprie responsabilità. Ma di fronte a questo, vi fu un silenzio assordante e invece venne rasa al suolo un'intera classe dirigente, con Craxi che pagò nel modo più drammatico.

Il Psi fu sciolto per via giudiziaria, la Dc è sopravvissuta con altre forme dando vita con i post comunisti a varie sigle botaniche (Ulivo, Margherita ndr.). Con il risultato che, oggi, è sotto gli occhi di tutti. Il Pd è dilaniato e non si sa come ne uscirà.

Crede che l'odio di classe, che imperversava in Italia negli anni '70 con la lotta armata e che si è poi snodato anche contro Craxi, sia lo stesso che oggi si legge nel rozzume in rete?

Sicuramente un'affinità c'è ed è una cosa che avvelena i pozzi, sempre e comunque. Ma se da un lato quell'odio c'è anche oggi, dall'altro non vedo grandi figure contro cui scagliarsi a livello nazionale e internazionale che possano governare una simile esplosione. Craxi, Soares, Mitterand, Kohl non ci sono più. Mi tornano in mente le opere di Bettino, uomo di sinistra, che combattè l'odio di classe. 

Come?

Coniugando la risoluzione delle ingiustizie con la meritocrazia, quindi puntando sul binomio crescita e sviluppo, e non redistribuzione del reddito a cui siamo giunti oggi. Celebre fu la relazione di Rimini di Claudio Martelli su meriti e bisogni, ma ammettiamolo: era Craxi il leader.

 

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