"iPerché di Impaginato", risponde Quagliariello: Il referendum? Se vince il sì guadagna anche il sud


Il fondatore di Idea crede che solo il centrodestra abbia le carte in tavola per farsi coalizione: e sulla covivenza tra popolari e sovranisti dice che...



Le riforme sono da sempre un chiodo fisso nella mente del prof. Gaetano Quagliariello, nato a Napoli e cresciuto a Bari tra il richiamo affascinante di Radio Radicale e le campagne referendarie. 

Quindi l'incontro professionale con Marcello Pera, interprete di un fazzoletto di pensiero che fa del liberalismo la propria stella cometa. Da lì il passo in Forza Italia e in quell'era geologica del Pdl, fino alla partecipazione nel 2013 alla commissione per le riforme istituzionali e alla nomina a Ministro per le riforme costituzionali nel Governo Letta.

Poi il distacco, per costruire il contenitore Idea, oggi popolato da Giovanardi, Compagna, Augello, Roccella e Piso. La direzione è in opposizione al governo Gentiloni in un'ottica di centrodestra unito e propositivo per le prossime politiche di marzo. Ma prima c'è il referendum lombardoveneto.

D. Lombardia e Veneto: perché il referendum può essere utile a tutta l'Italia?

R. Perché esiste un grande problema: il rapporto tra Stato centrale ed enti locali. E' evidente che questa situazione non può prolungarsi senza creare danni. Noi patiamo la mancanza di equilibrio: alcune Regioni a statuto speciale rispondono ad una situazione storica che non esiste più; quelle ordinarie si trovano in una sorta di limbo.

D. Quale?

R. Non sono più enti irresponsabili come una volta, ma non hanno nemmeno una capacità impositiva di cui rispondono direttamente ai cittadini. E inoltre la loro azione è fortemente condizionata dai tempi dei trasferimenti finanziari dal centro. In questo squilibrio, la riforma costituzionale bocciata lo scorso dicembre intendeva aumentare ancora di più la distanza tra Regioni ordinarie e speciali, rafforzando la specialità e centralizzando l'ordinarietà secondo un criterio pasticciato. Credo che la strada da intraprendere, invece, sia un'altra.

D. Come l'attuazione del regionalismo differenziato in uno spirito riformatore risolutivo?

R. Diminuendo quella distanza, non aumentandola, attraverso l'attuazione dell'art. 116. E' evidente che non tutte le regioni d'Italia hanno le stesse esigenze: in alcuni ambiti occorre più Stato, in altri maggiore autonomia. Per cui o si ampliano i margini dell'autonomia per tutti, ovviamente differenziando le situazioni e quindi ad esempio dando al Mezzogiorno ciò di cui ha davvero bisogno come le infrastrutture, o si riporta il tutto all'interno di un gioco centralistico. Poiché quest'ultima non è una soluzione praticabile, l'unico modo resta quello di sviluppare il concetto di autonomia, seppur differenziata. Ecco il motivo per cui quella ricetta, se portata in tutta Italia, credo potrà rivelarsi risolutrice.

D. Le macro Regioni potrebbero essere uno scenario ricco di buoni frutti?

R. Dovremmo provare a realizzarle, è uno dei passaggi fondamentali. Soprattutto per quanto riguarda il Sud. E' palese che alcune regioni con l'attuale dimensione non reggono, e se si vuol rafforzare la funzione programmatica sarà necessario aumentare il perimetro. D'altra parte questo schema vale in particolare per il Mezzogiorno, che ne sarebbe molto avvantaggiato.

D. Perché il meridionalismo non ha portato soluzioni ma altri debiti?

R. Perché ha anche sbagliato le sue richieste verso lo Stato. In una situazione nella quale si sta raschiando il fondo del barile, è difficile accedere ad altri fondi. Sarebbe stato più utile chiedere un intervento straordinario in alcune aree, staccato dalla politica, magari attraverso agenzie specializzate: mi chiedo come si possa fare concorrenza nel momento in cui al nord si parla di banda larga mentre al sud accade anche di non riuscire a fare una telefonata con il proprio cellulare. Tra l'altro, proprio sfruttando le singole peculiarità, potrebbe essere utile e funzionale chiedere più autonomia. Penso al freno a mano che impedisce di mettere in atto contratti di azienda, in deroga a quelli nazionali, nel momento in cui nel Paese assistiamo a condizioni di vita differenti. Senza dimenticare che in alcuni casi si sono sbagliate le ricette.

D. Dove?

R. Nell'ambito imprenditoriale e industriale non sono state chieste leggi per facilitare un dimensionamento delle aziende che le renda capaci di fare massa critica evolvendosi da piccole a medie. Restare nel campo del piccolo cabotaggio presenta il rischio di essere spazzati via dalla concorrenza sul mercato globale.

D. In questo momento storico l'ultima cosa che serviva era il ritorno al proporzionale?

R. E' una legge un po'proporzionale e un po'maggioritaria: questo Parlamento non poteva fare molto di meglio. E' già tanto aver superato il fatto di avere due leggi completamente diverse per Camera e Senato. Aggiungo che per il centrodestra sarà possibile sfruttare al meglio la legge per ottenere la maggioranza in quanto è l'unico schieramento dotato di un potenziale coalizionale. Se vi riuscirà potrà vincere la grandissima partita dei collegi uninominali.

D. Ha dichiarato giorni fa che il centrodestra ha il dovere morale di provare a raggiungere il 40%: ma come legare i due fili del popolarismo e del sovranismo?

R. Non è quello il punto, ma l'agenda del 21mo secolo che è stata stravolta. Nessuna delle culture tradizionali è in grado di rispondere, per cui è necessario avere la forza di ibridare le differenti culture e offrire una soluzione ai problemi veri che la modernità ci presenta. Penso all'immigrazione, alla disoccupazione, all'emigrazione dei nuovi cervelli: tutti temi che né la cultura liberale, né quella cristiana o nazionale possono da sole risolvere. Si rende necessario uno sforzo di creatività e di innovazione.

D. Quale il perimetro valoriale di Idea?

R. Mettere in contatto, sulla base dell'agenda del 21mo secolo, le culture liberali, cristiane e nazionali che abbiano al centro la persona e che la intendano all'interno di una comunità.

D. Come legge da cattolico alcune posizioni di Papa Bergoglio?

R. Mi sono approcciato alla fede molto tardi, per cui evito sempre di esprimermi in politica in quanto cattolico. Molto più umilmente le dirò che spesso ho alcune perplessità sulle sue posizioni ma il Papa resta sempre il Papa.

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