Che cosa non convince del vertice di Palermo sulla Libia


L'Italia non riesce ancora a ergersi a player euromediterraneo, ma adesso non c'è più tempo per altri rinvii



Donald Trump lo aveva detto subito nei primi giorni post-elezione: Washington non avrebbe avviato un disimpegno dal Mediterraneo (anche se diversificato il proprio cono di interesse) ma avrebbe gradito un ruolo più intenso, ad esempio dell'Italia sulla Libia. In verità a stimolare Roma ci aveva pensato in precedenza anche Barack Obama, che con il governo Renzi dialogava parecchio sul fil rouge da instaurare con Tripoli. E infatti l'invio dell'ambasciatore Perrone era proprio una mossa in quella direzione.

Ma le settimane che hanno preceduto il vertice siciliano, con proprio le frizioni (interne ed esterne) sul nostro ambasciatore, sono state caratterizzate da tentennamenti, indecisioni e anche assenza di un certo alfabeto diplomatico che hanno impedito il pieno successo dell'appuntamento isolano.

Per dirne una, l'assenza del nostro ministro degli esteri all'apertura del vertice, dopo che lui stesso aveva costruito lo scheletro della due giorni con inviti, presenze e panel dedicati, è sembrato un errore blu. Come blu è il colore di alcuni svarioni, relativamente agli annunci di inviti che poi di fatto non si sono tramutati in presenza.

E non deve far specie se poi l'uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, aveva fatto dire ai quattro venti che la sua partecipazione sarebbe stata in dubbio sino alla fine. Senza dimenticare che poi lo stesso Haftar ha preso parte solo ad alcuni degli incontri, dai quali è stata esclusa la Turchia che ha deciso di abbandonare la Sicilia a meeting in corso.

Insomma, non solo la logistica di rapporti e consuetudini è stata gestita male, ma il vertice non ha fruttato un risultato uno. Nessuno intende certamente gettare la croce addosso al solo titolare della Farnesina, ci mancherebbe, ma è protofanico come il tutto sia stato condotto senza una guida diplomatica e senza una visione politica di top level.

Tra l'altro pochi giorni prima del vertice di Palermo, il presidente francese Macron, alla disperata ricerca di nuovo appeal, aveva organizzato in fretta e furia la celebrazione del conflitto mondiale con una serie di leader di primo pelo che poi, logica avrebbe voluto, sarebbero potuti andare direttamente da Parigi a Palermo. Mentre invece non lo hanno fatto. Un altro indizio di come la compartecipazione di più fattori, vedi la costante e continua azione di disturbo dell'Eliseo su un Palazzo Chigi a digiuno di certi palcoscenici, sia stata foriera di un risultato indossisfacente sul fronte libico, dove alla fine escono tutti (o quasi) senza nulla in mano.

Roma non ottiene nulla, né nel breve periodo né in prospettiva, anzi con lo sgarbo ad Ankara mostra una certa miopia geopolitica.

Tripoli, al di là della foto di rito con Haftar (e con al centro il premier italiano) non smuove nulla circa le mille problematiche ancora sul tavolo.

Parigi, dopo i flash e i selfie in verità non molto graditi dai protagonisti, resta nel limbo della ghigliottina legata ai sondaggi, negativi in questa fase per Macron e che lo stanno condannando ad una sorta di ansia da prestazione: l'esatto contrario di ciò che serve ad un comparto assolutamente delicato e strategico come la politica estera.

 

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