L'Algoritmo del Silenzio


Se il Post non Supera i Dieci Like, Esisti Davvero?


di Marina Ciferni
Categoria: Pixel
26/03/2026 alle ore 10:38



Siamo figli di una bulimia comunicativa che ha scambiato la libertà di parola con l’obbligo di presenza. Ogni giorno, milioni di utenti alimentano i feed con una frequenza che ricalca i tratti del disturbo compulsivo-ossessivo, convinti che la "costanza" sia l’unico requisito per la rilevanza. Ma la realtà tecnica dei social media è più cinica: se il tuo contenuto raccoglie meno di dieci like, l’algoritmo non si limita a ignorarti; ti sta attivamente seppellendo.

Le piattaforme non sono teatri aperti, ma mercati dell’attenzione basati sull’engagement. Un post che non genera interazione immediata viene etichettato come "rumore di fondo" e rimosso dalla vista collettiva. Continuare a pubblicare in queste condizioni non è resilienza, è un soliloquio digitale che consuma energie psichiche senza produrre significato. Come scriveva Niklas Luhmann ne La realtà dei mass media: «Ciò che sappiamo della nostra società, e in generale del mondo in cui viviamo, lo sappiamo attraverso i mass media [...] Ma la comunicazione avviene solo se qualcuno riceve il messaggio e lo elabora».  Senza ricezione, la comunicazione decade a puro rumore bio-elettrico.

Il dramma si fa più acuto quando l’utente ambisce al ruolo di opinionista. In questo campo, l’idea che la qualità possa prescindere dai numeri è una consolazione per i vinti. La democrazia digitale è una gerarchia mascherata: senza una massa critica, la parola non ha peso. 

 

Se non sei in grado di creare l’illusione, o la realtà, di un seguito numerico, la tua opinione svanisce prima ancora di essere letta.

L’affanno della pubblicazione continua diventa quindi una forma di narcisismo in perdita. Si pubblica per confermare a se stessi di esserci, ignorando che l’algoritmo agisce come il tribunale della visibilità. In questo contesto, il "mi piace" non è un vezzo, ma l’ossigeno del sistema. “Siamo in un mondo dove vi è sempre più informazione e sempre meno senso”. Prima di premere "pubblica" per l’ennesima volta nella giornata, bisognerebbe avere la dignità di chiedersi se si ha davvero qualcosa da dire o se si sta solo cercando di fuggire dal terrore dell’invisibilità. Perché, nel silenzio dei feed deserti, l’unico spettatore rimasto è il proprio ego ferito e, come ricordava Guy Debord ne La società dello spettacolo, «lo spettacolo non è un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini». Se l'immagine non crea rapporto, lo spettacolo è ufficialmente fallito.

 

 


Immagine: 

Salvador Dalí, Metamorfosi di Narciso, 1937, Tate Modern, Londra.


 

 

 

Niklas Luhmann, La realtà dei mass media, Milano, Franco Angeli, 1996.

Jean Baudrillard, Simulacri e simulazione, Parigi, Galilée, 1981.

Guy Debord, La società dello spettacolo, Parigi, Buchet/Chastel, 1967.