Venticinque minuti di democrazia



di Marina Ciferni
Categoria: Pixel
17/02/2026 alle ore 13:11



Nel dibattito politico contemporaneo c’è un paradosso sempre più evidente: si parla continuamente, ma si invita sempre meno a pensare. Le posizioni si moltiplicano, gli schieramenti si irrigidiscono, le parole si alzano di volume, eppure lo spazio per la formazione di un giudizio personale sembra restringersi.

Lo stiamo vedendo anche in queste settimane in vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere. In pochi giorni si sono delineati due fronti contrapposti, il sì e il no, ciascuno con il proprio apparato retorico, le proprie parole d’ordine, le proprie figure di riferimento. Ciò che è mancato, quasi del tutto, è stato un invito semplice e radicale: non ti dico cosa votare, ma  informati, comprendi, scegli.

Non è una mancanza neutra. È un segnale culturale.

Quando la politica smette di sollecitare il pensiero critico e si limita a chiedere adesione, sta implicitamente affermando che il cittadino non è un soggetto capace di giudizio, ma un corpo da collocare in uno schieramento. Non ti viene riconosciuta un’intelligenza autonoma, ti viene richiesto un allineamento.

La democrazia dovrebbe essere esattamente il contrario: il luogo in cui ciascuno viene richiamato alla propria responsabilità individuale, fuori dalla rassicurazione delle appartenenze automatiche.

Il punto non è per cosa votare.
Il punto è non aver più bisogno che qualcuno ti dica per cosa votare.

Quando il dibattito politico si riduce a una contrapposizione identitaria, ciò che conta non è il contenuto ma l’appartenenza. È la dinamica che Jürgen Habermas descrive come crisi dello spazio pubblico: la comunicazione non serve più a cercare comprensione, ma a rafforzare le posizioni. 

Il risultato è un dibattito acceso e povero allo stesso tempo: molta visibilità, poca profondità.
Si discute chi ha ragione, non che cosa è giusto.
Si chiede da che parte stai, non che cosa hai capito.

Ed è qui che si inserisce una delle immagini più lucide di Zygmunt Bauman. Nella società liquida, scrive, l’individuo è costantemente esposto a una sovrapproduzione di opinioni che scoraggia la riflessione e spinge verso l’adozione di posizioni pronte all’uso.  Non perché non sia in grado di pensare, ma perché il tempo del pensiero è diventato il vero atto controcorrente.

E allora forse oggi il gesto più politico non è dichiarare il proprio voto.
È sedersi in silenzio.

Personalmente voterò come ho sempre votato: cancellerò tutto ciò che ho ascoltato, mi prenderò venti minuti per capire davvero cosa sto per fare e poi sceglierò.
Voterò forse la cosa sbagliata, ma con la certezza che è la mia idea.

È un gesto minuscolo, eppure radicale.

Perché una società matura non è quella in cui tutti votano allo stesso modo, ma quella in cui ciascuno sa perché vota.

Hannah Arendt ricordava che il vero pericolo non è l’errore, ma l’assenza di pensiero.  Non il fatto che si scelga una posizione diversa dalla nostra, ma il fatto che la si adotti senza aver compiuto un percorso di comprensione.

Per questo oggi la richiesta più sovversiva non è “vota sì” o “vota no”.
È: studia, informati, dubita, costruisci il tuo giudizio.

Il compito della politica non dovrebbe essere quello di produrre consenso, ma di produrre coscienza critica.

Il giorno in cui non avremo più bisogno delle indicazioni di voto non sarà un fallimento della politica.
Sarà il suo compimento.

E forse basteranno venticinque minuti di solitudine, una matita in mano e il silenzio per restituire al voto il suo significato più profondo: non scegliere da che parte stare, ma diventare finalmente responsabili del proprio pensiero.

 

 

 

 


 

Note:

Hannah Arendt, La vita della mente. Bologna: Il Mulino, 1987 (ed. orig. The Life of the Mind, 1978).

Zygmunt Bauman, Modernità liquida. Roma-Bari: Laterza, 2002 (ed. orig. Liquid Modernity, 2000).

Jürgen Habermas, Storia e critica dell’opinione pubblica. Roma-Bari: Laterza, 1971 (ed. orig. Strukturwandel der Öffentlichkeit, 1962).

 

 

Immagine: Edvard Munch, Il pensatore di Rodin nel giardino del dottor Linde, 1907, olio su tela.