Tutti i rischi (anche per l'Italia) del nuovo caos in Libia


Si poteva fare di più? Forse, ma adesso la priorità deve essere la lotta unitaria contro Daesh e i suoi fiancheggiatori



Non solo la “bomba migranti” pronta a riesplodere, magari con la Tunisia come nuovo porto di partenza, ma anche la geografia di alleanze e strategie legate al dossier idrocarburi che si intrecciano con la ripresa delle violenze in Libia. 

Se fino ad alcuni mesi fa sembrava essere stato allontanato dai territori libici, adesso l'Isis torna con prepotenza nel caso che più di altri inquieta il mondo, intero dopo le sciagurate decisioni del 2011, con l'eliminazione del dittatore e il paese consegnato, mani e piedi, al caos.

Oggi lo scenario che si ha dinanzi, dopo l'attacco ai pozzi della National Oil Company, è che il paese possa essere zona franca per i terroristi. E non era neanche necessario attendere il comunicato con cui l’Isis ha rivendicato l’attentato a Tripoli, in cui si parla di “soldati che attaccano gli interessi dei tiranni in Libia, fedeli ai crociati, i giacimenti di petrolio che servono ai crociati e i loro progetti in Libia sono dei bersagli legittimi per i mujaheddin”, per oggettivizzare una evidenza che andava prevista e combattuta con anticipo.

Forse la concentrazione di azioni in Siria, sommate all'incapacità europea di farsi attrice finalmente protagonista a Tripoli (come a Misurata) hanno fatto il resto.

L'aeroporto internazionale di Tripoli è stato chiuso e i voli sono stati reindirizzati su Misurata dopo che una serie di attacchi con razzi durante la notte hanno reso vano il cessate il fuoco annunciato dalle Nazioni Unite.

Per comprendere la portata degli eventi, vale la pena scomporre le parole che Ghassan Salamè, inviato speciale dell’Onu per la Libia e mediatore nel processo di stabilizzazione istituzionale della Libia, ha affidato al Mattino di Napoli: “Daesh ha dimostrato più volte di essere in grado di compiere attacchi, ne sono un esempio l’orrendo attentato alla Commissione elettorale, quello condotto vicino a Zliten. Fino all’altro ieri con il deplorevole attentato contro i pozzi petroliferi della National Oil Company. Si tratta di un fenomeno allarmante che rende bene l’idea di quanto sia pericolosa la capacità di queste organizzazioni terroristiche di sapersi rigenerare in un territorio già a rischio come quello libico”.

A questo punto l'unica strada utile a restaurare un quadro che conduca alla normalizzazione istituzionale della Libia non può che passare dagli alleati dell'Isis nella macro regione a cavallo tra Mediterraneo e Medio Oriente. Non è più tempo di silenzi tattici o di sorrisi diplomatci quando si ha protofanicamente in evidenza chi sono i sostenitori dei jihadisti.

Su tutti spicca la bivalenza della Turchia di Erdogan, che si è sempre definito un nemico dei terroristi, ma che ha puntato le proprie armi e i propri mezzi proprio contro chi, i curdi, si è speso contro l'Isis.

 

 

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