L'autobomba di Bengasi, il ruolo italiano e le troppe falle sulla Libia


Come un costante gong, ecco che l'attacco di Bengasi ci ricorda che la crisi libica è ancora lontana dall'essere risolta, anche per via di scelte sbagliate



Come un costante gong, ecco che l'attacco di Bengasi ci ricorda che la crisi libica è ancora lontana dall'essere risolta, anche per via di scelte strategiche che si stanno rivelando niente affatto felici. L'autobomba fatta esplodere ha eliminato i vertici dei servizi: Ahmed Alfaytori e Almahdi Al Falah. Molto probabilmente (al di là del terrore puro come clava socio-politica) il vero obiettivo degli assalitori.

Ma in quel fazzoletto di Mediterraneo non sarà possibile immaginare una normalizzazione istituzionale se prima non si comporrà una strada che risulti davvero praticabile, dove una volta per tutte l'Italia dovrebbe recitare un ruolo di primo piano, così come Washington aveva suggerito sin dal 2013.

Il ministro italiano della difesa Pinotti è in queste ore in Tunisia, anche (si spera) per offrire un contributo all'unico paese democraticamente stabile di quell'area, ma accanto al sostegno a Tunisi sarebbe stato opportuno un impegno complessivo più pressante in Libia dove serve far sentire il fiato sul collo degli altri protagonisti.

Per il 2018 l'Italia avrà la presidenza dell'Osce (l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) che anche se non comprende direttamente la Libia, comunque la guarda con estrema attenzione, auspicando che sia più di quella fino ad oggi dedicata anche dal commissario italiano agli esteri, lady Pesc.

Se Atene piange, Sparta non ride: Bruxelles non ha fatto meglio di Roma in Libia. Gli inviati dell'Onu, Bernardino Leon e Martin Kobler hanno concluso il loro mandato a mani vuote. E a Roma il cambio al vertice della Farnesina (Alfano al posto di Gentiloni) ha rallentato un'operatività che non si era oggettivamente distinta per essere un fulmine.

Si tratta di un dicastero non solo assolutamente peculiare per le sorti diplomatiche italiane, ma anche perché si intreccia ai dossier industriali: quelli che fanno aumentare il pil.

L'ambasciatore italiano Perrone è stato inviato in Libia in un momento complicatissimo, e senza l'appoggio di una consistente azione politica di sponda, come invece Parigi e Berlino fanno costantemente. Per una volta non è colpa degli altri se corrono più di noi: in Libia l'Italia aveva e ha tutte le carte in regola per non fare la semplice comparsa.

Prima della caduta del regime, le imprese italiane godevano di buone commesse ma poi dopo il crollo complessivo hanno dovuto fare i bagagli e oggi vantano crediti certificati per diversi miliardi di euro, a cui lo scorso governo aveva tentato di rimediare con un accantonamento annuale di 150 milioni di euro. Soldi che però dal 2013 in poi, causa spending review, sono stati impiegati per altre esigenze dagli esecutivi che si sono succeduti.

Un errore, perché la Libia è un fronte su cui Roma deve investire, non solo nel breve periodo, dal momento che oltre all'Eni potrebbero trarne beneficio altre realtà, come appunto le pmi impegnate in lavori di infrastrutturazione.

Come ha twittato giorni fa l'eurodeputata del Ppe Elisabetta Gardini, dalla stabilizzazione della Libia non dipende solo una pax mediterranea ma anche la possibilità per le imprese italiane di tornare ad operare in loco. 

L'aeroporto di Tripoli vede proprio al lavoro squadre italiane, ma con il vulnus di un volo che ancora non c'è. Lo scorso anno, in concomitanza con il tanto pubblicizzato vertice libico di Agrigento, era stata ventilata la possbilità di un volo diretto da Fiumicino o Malpensa per Mitiga: c'era già una compagnia intressata, la Lybian Wings che in occasione di quel vertice aveva assicurato il vettore.

Ma la miopia politica di uno spazio aereo ancora chiuso e la scarsa volontà di creare un ponte aereo (e quindi materiale) tra Italia e Libia hanno giocato un ruolo fino ad oggi ancora decisivo.

 

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