Finalmente Roma parla con Haftar, ma sulla Libia si è perso troppo tempo


Certo, non è mai troppo tardi ma non facciamoci illusioni. Gli errori della politica li pagheremo con meno contratti e con la golden share di Parigi



“L'Italia stia attenta alle navi che invia”. “Vi aiutiamo a fermare i migranti, dateci gli elicotteri”. In pochi mesi l'uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar, ha cambiato rotta su Roma. Forse perché Roma, magari in colposo ritardo, ha messo a sua volta a fuoco ciò che andava fatto già da tempo in Libia.

E invece sulla corsia di destra (sì, a destra, dove non si sorpassa) è avvenuta l'accelerazione francese che sta continuando a detenere la golden share della geopolitica europea a Tripoli. Nessun catastrofismo, per carità, solo la consapevolezza che non è certo un problema partitico ma squisitamente di statura. La politica estera non si improvvisa, come dimostra il ministro preposto francese, Jean-Yves Le Drian (non a caso già al dicastero della Difesa nel gabinetto Valls) che nei primi cento giorni del governo Macron ha compiuto già trenta viaggi in Africa. Tanto per chiarire ai locali (e agli alleati) che Parigi bada bene ai suoi affari in quel continente.

Non sbaglia Parigi, sono leggeri gli altri (Roma in primis). E non è neanche colpa del probabile “sovranismo” di cui Macron sarà presto preda per non restare scoperto sul fronte destrorso (vista la crisi del socialismo francese e continentale, tranne dalle parti di Corbyn). Due sono i piani su cui ragionare: c'è l'Europa che non ha ancora un'unica politica commerciale, della difesa ed economica. E ci sono gli Stati membri che legittimamente concludono accordi bilaterali, avviano trattative per commesse, gestiscono contratti relativamente a ciò che ciascuno produce.

Per cui in attesa che l'Ue diventi una unione tale, ecco che la Francia ha da mesi ormai stabilmente impiantato truppe a sud della Libia (al pari di Londra) per tutelare i propri interessi, come più volte è stato detto o scritto. Il pertugio per dialogare seriamente (e istituzionalmente) con il generale Haftar, l'uomo che già dialoga (e parecchio) con Egitto e Russia, lo avevano aperto e bene i nostri servizi, salvo poi scoprire che a quelle parole “tecniche” non erano seguite quelle dei colletti bianchi. Che, fortunatamente, oggi hanno compreso come il dossier Libia non può essere affrontato come un compartimento stagno, dove toccare con un dito la spalla di Serraj e poi soperare che le tribù vengano al seguito.

Il lavorìo sotterraneo condotto dal Viminale, in questo senso, è da apprezzare non fosse altro perché il suo titolare viene da una lunga esperienza proprio accanto ai servizi di cui ne conosce a fondo dinamiche e linguaggio. Il problema, quindi, è politico e di tempi.

Primo: è stato un errore farsi giocare dalla Francia. Va bene i rapporti economici da tutelare, ma gli incroci con Fincantieri e Vivendi potevano essere meglio gestiti per non puntare al ribasso. Secondo: va bene anche che oggi Haftar ci presenti la lista della spesa, ma si è perso almeno un anno dietro le velleità dell'uomo dell'occidente in loco, quel Serraj che fino ad oggi, stando semplicemente ai fatti, non si è distinto per piglio risolutivo né per gestione delle tribù. Il nuovo inviato delle Nazioni Unite, Ghassan Salamè, ha dinanzi a sé una vera e propria prateria.

Quando incontrerà Haftar potrà facilmente riuscire dove hanno fallito i suoi due predecessori: Bernardino Leon e Martin Kobler sono stati due nomi (imposti) che non hanno portato a casa un risultato accettabile, nonostante i proclami iniziali dei loro sostenitori. A meno che il caos non troppo calmo per quelle latitudini fosse davvero l'unico obiettivo nel breve periodo...

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