Migrazioni: Libia, un viaggio senza speranza




Categoria: ESTERI
31/10/2017 alle ore 11:23

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Amburgo. In Libia infuria un disastro umanitario, scrive lo "Spiegel". Il campo di prigionia di Abu Salim non è affatto la cosa peggiore che possa accadere a un rifugiato: è uno dei pochi nel Paese che i giornalisti possono visitare in sicurezza. Altri centri sono diventati sinonimi di lavoro forzato, risse, torture e stupro, mentre ad Abu Salim c’è un reparto ospedaliero, una cucina, camere da letto e materassi, nonché posti per pregare. Ciò che manca, scrive il settimanale tedesco, "è la speranza": nella struttura sono bloccati 150 migranti provenienti dal Mali, dal Niger, dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio, dal Burkina Faso, dal Gambia, dalla Guinea e dal Senegal. Il loro prossimo viaggio sarà verso casa.

La Libia, dopo che la Ue ha intensificato i suoi sforzi quest’anno per arginare i flussi migratori, è diventata un collo di bottiglia. Molti dei trafficanti di esseri umani ora lavorano per le autorità. Nel campo i migranti rimangono per un periodo che varia dai 2 ai 3 mesi prima di essere rimpatriati. A volte questo avviene in ritardo, perché non ci sono rappresentanti diplomatici dei loro Paesi d’origine sul suolo libico. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) stima che in Libia ci siano circa 30 campi di detenzione controllati dal governo, oltre a un numero imprecisato di altre strutture controllate dai trafficanti e delle milizie. “In generale, le condizioni in questi campi di detenzione sono pessime”, afferma Roberto Mignone, capo dell’Unhcr in Libia. “Al meglio, più o meno lavorano, ma ci sono violazioni dei diritti umani e violenze sessuali”. Inoltre la precaria sicurezza rende il lavoro degli aiutanti locali troppo rischioso. Mignone e il suo personale si trovano nella vicina Tunisia, in Libia occupano solo poche persone del luogo. Dopo il numero record di sbarchi in Italia nel 2016 e un numero di morti senza precedenti nel Mediterraneo negli ultimi 2 anni, la Ue ha stretto accordi con la Libia. Il controllo non avviene solo nelle zone costiere, ma anche per 2.500 km nel deserto, a Sud, lungo il confine con l’Algeria, il Ciad, il Niger e il Sudan. “Vogliamo portare avanti il progetto con l’Italia, e rafforzare lo sviluppo e la crescita al Sud della Libia, lottando contro l’immigrazione clandestina”, afferma Ahmed Maetig, vice presidente del Consiglio della Presidenza libica. In primo luogo, saranno sorvegliati i confini con nuove tecnologie e più personale, poi ci saranno iniziative sociali e lo sviluppo di Università locali in coordinamento con quelle europee. Inoltre, ci sarà denaro per nuovi posti di lavoro, soprattutto per i giovani, oltre ad infrastrutture ed elettricità. Più a Nord continuano i controlli sulla costa, in parte attraverso la missione italiana a sostegno della Guardia costiera libica. In parte, invece, attraverso un accordo con le milizie che prima erano dedite al traffico di esseri umani.

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