Sul caso Mari-Murgia si è discusso molto della frase.



di Pussy Galore
Categoria: Costume locale, vizi universali.
24/06/2026 alle ore 07:53



 

 

Io, invece, continuo a trovare più interessante ciò che è successo dopo.

 

Perché una frase può essere intelligente o stupida.

 

Può essere elegante o volgare.

 

Può essere condivisibile oppure no.

 

È il destino di tutte le opinioni pronunciate da quando l’essere umano ha scoperto il linguaggio e, subito dopo, il piacere di usarlo male.

 

Quello che mi colpisce è altro.

 

La velocità con cui una frase viene trasformata in una diagnosi morale.

 

Non si discute più ciò che è stato detto.

 

Si discute ciò che quella frase rivelerebbe.

 

Il sistema culturale che nasconderebbe.

 

Il privilegio che esprimerebbe.

 

La struttura di potere che rappresenterebbe.

 

Come se ogni opinione fosse soltanto il sintomo di qualcosa di più grande.

 

Eppure c’è un dettaglio curioso.

 

Molti commentatori hanno sostenuto, giustamente, che una donna non dovrebbe essere giudicata per il suo aspetto fisico.

 

Sono d’accordo.

 

Ma allora il principio dovrebbe valere sempre.

 

Perché leggendo molte reazioni ho avuto l’impressione di assistere a un paradosso.

 

Per difendere Michela Murgia si è finito ancora una volta per parlare del suo corpo.

 

Del suo aspetto.

 

Della percezione del suo aspetto.

 

Dell’effetto che il suo aspetto avrebbe avuto sugli altri.

 

Insomma, ancora una volta del suo aspetto.

 

Come se una delle scrittrici più influenti e discusse degli ultimi anni non avesse lasciato libri, articoli, conferenze, interventi pubblici e idee da discutere, ma soprattutto un volto da interpretare.

 

E qui emerge una contraddizione che va oltre questo episodio.

 

Da anni sentiamo parlare di inclusione, pluralismo, libertà di espressione e pensiero critico.

 

Parole importanti.

 

Parole che condivido.

 

Eppure sembra crescere una strana insofferenza verso le opinioni considerate sbagliate.

 

Non basta più contestarle.

 

Bisogna spiegarle.

 

Catalogarle.

 

Ricondurle a una colpa.

 

Come se il dissenso non fosse una componente naturale della convivenza umana ma una patologia da diagnosticare.

 

Eppure gli esseri umani sbagliano.

 

Lo fanno continuamente.

 

Gli ignoranti e gli intelligenti.

 

I politici e gli scrittori.

 

Gli attivisti e gli accademici.

 

Perfino coloro che dedicano la vita a spiegare agli altri come si dovrebbe pensare.

 

È il prezzo inevitabile della libertà.

 

Perché il pluralismo non consiste nel dare spazio alle idee che ci piacciono.

 

Quello è facile.

 

Il pluralismo comincia quando accettiamo l’esistenza di idee che troviamo irritanti, sciocche o persino offensive.

 

Altrimenti non stiamo difendendo la libertà di pensiero.

 

Stiamo semplicemente selezionando i pensieri autorizzati.

 

E quando una cultura comincia a preoccuparsi più di chi parla che di ciò che viene detto, più delle intenzioni che degli argomenti, il dibattito smette lentamente di essere un confronto.

 

Le idee non hanno bisogno di protezione.

 

Hanno bisogno di confronto.

 

E il confronto, per definizione, è una cosa disordinata.

 

Proprio come gli esseri umani. Hanno bisogno di confronto.

 

E il confronto, per definizione, è una cosa disordinata.

 

Proprio come gli esseri umani.