La santità dopo la discesa



di Pussy Galore
Categoria: Costume locale, vizi universali.
27/03/2026 alle ore 08:32



 

Scendono dalle colline teatine o arrivano dalla periferia come si scende in città per il Carnevale.

Solo che qui la maschera è fissa e il copione collaudato.

Pescara, del resto, è ideale: abbastanza mare per sentirsi moderne, abbastanza provincia per controllarsi a vicenda.

 

Il soggetto tipo è una bellona di ritorno.

Ritorno da dove non importa.

L’importante è come si presenta adesso.

Pelle stirata con il botox “fatto bene”, quello che non si deve vedere ma si vede eccome.

Labbra gonfie quanto basta per sembrare curate, non affamate.

Sopracciglia identiche, come se fossero uscite dallo stesso stampo comunale.

 

Di strada ne hanno fatta.

Molta.

Solo che ora la raccontano come un ritiro spirituale.

Le notti diventano “periodi confusi”.

Le scelte azzardate diventano “esperienze”.

Gli uomini, tutti rigorosamente sbagliati, servono a dimostrare quanto ora siano pronte per quello giusto.

 

Sanno cucinare.

E lo dicono sempre.

Mai come vanto, ma come garanzia.

Un risotto mantecato come una promessa.

Una lasagna come certificato di affidabilità emotiva.

La cucina è il loro curriculum sentimentale: rassicura, nutre, non disturba.

Pensare, invece, meno.

Il pensiero crea attrito, la cucina consenso.

E a Pescara il consenso conta più della profondità.

 

Il buon partito è un archetipo da manuale locale.

Macchina tedesca, scura, pulita.

Non troppo nuova: deve sembrare conquistata, non ostentata.

Lavoro stabile, possibilmente autonomo, di quelli che si possono nominare a tavola senza imbarazzo.

Uno che non parla di sé, ma di quello che fa.

Che non chiede, non scava, non mette in crisi.

Il buon partito non ha inquietudini: ha scadenze.

 

La caccia è un rituale.

Vasche davanti ai locali.

Avanti e indietro come trottole educate.

Sguardo che finge distrazione, radar sempre acceso.

Una mano sul cappotto chiaro.

Il ricciolo laccato immobile, perché il controllo è tutto.

Si entra solo se conviene.

Si beve poco.

Si ride piano.

La reputazione prima di tutto.

 

Capita di sentire frasi ispirate tipo

“piacciono le cose semplici”,

seguita da una dettagliata spiegazione sul fatto che sotto un certo tenore di vita non è amore, è sopravvivenza.

Oppure grandi dichiarazioni sulla famiglia,

pronunciate mentre si controlla se il soggetto prescelto abbia parcheggiato bene.

 

Pescara osserva e registra.

Tutti sanno tutto.

E tutti fingono di non sapere niente.

È questo che rende la ricerca del buon partito uno sport cittadino:

non vincere, ma apparire impeccabili mentre si gioca.

 

C’è chi non ha mai creduto al premio finale.

Perché soldi, macchina, curriculum travestito da uomo

non hanno mai rappresentato un criterio emotivo.

Non accendono, non rassicurano, non bastano.

 

Interessa chi pensa mentre parla.

Chi non sa recitare la parte.

Chi non ha bisogno di santificarsi per risultare accettabile.

 

Loro cercano il buon partito come un sigillo di garanzia.

Altri preferiscono l’imprevisto di una persona vera.

Anche a costo di sembrare sbagliati.

 

Perché il vero scandalo, alla fine,

non è non trovare il buon partito.

È diventare il posto giusto per nessuno,

pur di essere scelta.