Parte dalla costa abruzzese la mobilitazione dei gestori degli stabilimenti balneari contro l’applicazione della direttiva Bolkestein. Nella mattinata di ieri oltre cinquanta imprenditori, titolari di concessioni tra Ortona e Silvi, si sono riuniti sul Ponte del Mare di Pescara per attirare l’attenzione di cittadini e istituzioni. L’iniziativa rappresenta solo il primo passo di una protesta destinata ad ampliarsi: tra le ipotesi c’è anche una manifestazione a Roma prevista per la prossima settimana, con la partecipazione di operatori provenienti da diverse regioni italiane.
L’iniziativa è stata promossa dal balneatore di Francavilla al Mare Ivan Catena, che ha creato il gruppo WhatsApp “Balneatori uniti”. In pochi giorni la chat ha raccolto migliaia di adesioni da tutta Italia, superando i tremila iscritti provenienti da tredici regioni.
Durante il sit-in sul ponte sono comparsi diversi striscioni. Tra i messaggi esposti, uno denunciava il rischio di “trentamila famiglie verso il fallimento”, mentre un altro accusava la politica di voler “svendere alle multinazionali un’eccellenza artigianale italiana”. Nel mirino dei manifestanti non c’è solo il governo nazionale, ma anche la politica locale.
Secondo gli organizzatori, la categoria starebbe subendo un’ingiustizia che colpisce imprenditori che negli anni hanno investito tempo e risorse negli stabilimenti balneari. Molti, sottolineano, hanno costruito le strutture partendo da zero o acquistato i lidi ricorrendo a prestiti e ipotecando beni familiari, assumendosi rischi economici importanti.
La mobilitazione si è svolta contemporaneamente anche in altre città italiane ed è sostenuta dal movimento spontaneo “Balneatori Incazzati Uniti”, che ha rivolto un appello anche al presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio.
Nel comunicato diffuso dal comitato, i promotori parlano di circa 30mila microimprese familiari coinvolte e criticano quella che definiscono un’applicazione distorta della direttiva europea sui servizi. Secondo i balneatori, il dibattito pubblico si concentrerebbe sulle gare per le concessioni senza interrogarsi sulle conseguenze economiche e occupazionali.
Gli operatori ricordano che le spiagge sono beni pubblici e sostengono che, negli ultimi decenni, il loro valore economico sia cresciuto grazie anche agli investimenti degli imprenditori del settore. Per questo ritengono che l’inserimento delle concessioni balneari nella direttiva europea rischi di compromettere un comparto ritenuto strategico per il turismo nazionale.
I manifestanti annunciano che continueranno la protesta sia nelle piazze sia nelle sedi giudiziarie. Tra le possibili forme di mobilitazione, non escludono azioni più incisive e persino la chiusura degli stabilimenti durante la stagione estiva. «Difenderemo il nostro lavoro e i nostri diritti», affermano gli organizzatori, convinti di proseguire la battaglia fino a ottenere risposte dalle istituzioni.