C’è un momento preciso in cui una città smette di essere amministrata e inizia a essere distratta. Non succede di colpo. Succede piano, come succedono le cose fatte male che poi diventano abitudine. Prima si sorride invece di spiegare. Poi si canta invece di rispondere. Alla fine si monta un reel invece di governare. A Montesilvano questo momento ha una colonna sonora. Ed è allegra, come tutte le rimozioni ben riuscite. Il reel del Jova Beach Party è una scena che, se non fosse reale, sembrerebbe una parodia. Si apre con il sindaco che canticchia “Sono un ragazzo fortunato”. Non l’atteggiamento di chi amministra una città, ma quello dello zio al pranzo lungo che, dopo qualche bagordo di troppo, decide che è il suo momento artistico. Espansivo. Convinto. Fuori ruolo. Poi entrano in scena i dipendenti comunali. Tutti sorridenti, tutti partecipi, tutti impegnati in questa versione istituzionale del karaoke. Nessuno spiega, nessuno governa, nessuno risponde. Si canta. È la sospensione della funzione pubblica in favore dell’intrattenimento. La regia insiste. La pescivendola canta. La barista canta. Manca solo il parchimetro, ma probabilmente non ha trovato parcheggio. Gran finale: locandina dell’evento. Sipario. Applausi immaginari. Fuori dall’inquadratura, però, la città resta. E chi la attraversa se ne accorge. Nel 2019, in occasione del Jova Beach Party, furono rimosse le tamerici lungo il litorale per consentire l’allestimento dell’evento. Una parte è stata reimpiantata. Un’altra parte no. E quella parte mancante è ancora lì, assente come una promessa mantenuta a metà. L’amministrazione era la stessa. Il sindaco anche. Le conseguenze non sono un’opinione. Sono sotto i piedi. Ancora oggi, nelle zone in cui le tamerici non sono state reimpiantate, quando c’è vento la spiaggia si sposta sulla strada. La sabbia si deposita sull’asfalto, si accumula, rende necessario intervenire continuamente. Non è suggestione costiera. È ciò che succede quando si toglie e non si rimette tutto. Su Corso Umberto il quadro è lo stesso: parcheggi spariti, traffico confuso, una pista ciclabile che si interrompe senza logica e che convive con auto, pedoni, inciampi e incidenti. Lo vedo. Lo percorro. Lo registro. Non serve citarlo: basta attraversarlo. Anche gli alberi raccontano una storia simile. Piantati per compensare, molti non hanno attecchito. Secchi, fragili, decorativi. Una riqualificazione a macchia di leopardo, come tutto il resto: un po’ sì, un po’ no, un po’ vedremo. Il contrasto è imbarazzante. Mentre la città inciampa, il Comune canta. Mentre la sabbia invade l’asfalto solo in alcuni tratti, la comunicazione balla ovunque. Mentre i problemi restano parzialmente risolti, il racconto è sempre completo e felice. Il ridicolo non è cantare. Il ridicolo è cantare per coprire ciò che non si è finito di fare. Raccontare una festa come se non avesse conseguenze, o come se le conseguenze fossero sempre colpa del vento. E poi c’è la memoria. Quella vera. Quella che non ha bisogno di essere certificata. Quella che distingue tra ciò che è stato fatto e ciò che è rimasto a metà. La memoria di quando amministrare significava rispondere anche delle parti incomplete, non solo di ciò che viene bene in video. Allora la città cresceva. Oggi fa i cori. Una città non è un musical. Un sindaco non è l’animatore del villaggio. E un’amministrazione non può vivere di ritornelli quando il problema è ciò che manca. La musica finisce. Le zone scoperte restano. La memoria pure. Ed è proprio la memoria, non il sarcasmo, a rendere questo reel così imbarazzante.