Quando smetti di essere carina ( cronaca minima della violenza verbale)




Categoria: Costume locale, vizi universali.
22/01/2026 alle ore 13:39



All’inizio non ci sono insulti.

Sarebbe troppo semplice riconoscerli.

All’inizio ci sono correzioni.

Frasi brevi, dette con calma, come se parlassero di stile e non di identità.

«Così non va bene.»

«Non ti rendi conto.»

Pussy Galore ascolta.

Sorride appena.

Inclina la testa.

È sveglia.

È abituata a stare al mondo e a distinguere le cose serie dalle pose caratteriali.

Pensa che sia solo un modo diretto di parlare.

Poi arrivano le istruzioni.

«Dovresti fare così.»

«Meglio se eviti quello.»

Non sono consigli.

Sono revisioni.

Come se lei fosse una bozza promettente, ma non ancora definitiva.

Per un po’ funziona.

Lei risponde, ironizza, tiene il punto.

Perché Pussy Galore è intelligente, non intimidita.

L’episodio della camicetta arriva senza preavviso.

Una sera qualunque, un contesto normale.

Lei è vestita come si veste sempre:

composta, presente, padrona del proprio corpo.

Né esibita, né nascosta.

Lui la guarda un attimo e dice, con assoluta naturalezza:

«Sbottona un po’ di più la camicetta. Voglio che ti guardino tutti.»

Non c’è volgarità.

Ed è proprio questo il punto.

C’è la tranquillità di chi pensa di avere titolo per decidere.

Pussy Galore ride.

Perché è ironica.

Perché l’assurdo, a volte, fa ridere davvero.

Ma dentro sente uno scarto netto.

Perché quella frase non parla di desiderio.

Parla di gestione.

Se accetta, è complice.

Se rifiuta, è rigida.

Se non obbedisce, diventa difficile.

Qualche tempo dopo, quando uno sguardo indugia più del dovuto,

la spiegazione arriva puntuale, con lo stesso tono neutro:

«Ti guardava in quel modo perché tu gliel’hai permesso.»

Non è un’accusa.

È una riscrittura della realtà.

Il corpo di Pussy Galore smette di essere suo.

Diventa una responsabilità.

Una colpa preventiva.

Poi arriva la frase detta come una constatazione oggettiva:

«Hai una cattiva reputazione.»

Non urlata.

Non spiegata.

Come se non fosse un giudizio, ma un dato di fatto.

Le frasi peggiorano senza mai esplodere.

È così che restano.

Una volta le dice:

«Meriti la medaglia della stupidità.»

Un’altra:

«Che donna sei.»

Non sono sfoghi.

Sono etichette.

Appiccicate con precisione.

Intanto le istruzioni continuano e si contraddicono.

«Sorridi di più.»

Quando è concentrata.

«Sorridi di meno.»

Quando è finalmente a suo agio.

Se parla, è troppo.

Se tace, è inconsistente.

Se brilla, disturba.

Se non brilla, delude.

Qualunque cosa faccia, esiste sempre una versione migliore di lei

che qualcun altro sembra conoscere meglio.

Non è violenza, si dice.

È carattere.

È franchezza.

È uno che dice le cose come stanno.

Peccato che “come stanno” cambi

ogni volta che lei è troppo autonoma,

troppo intera,

troppo poco controllabile.

A un certo punto Pussy Galore capisce.

Non per un episodio solo.

Ma per accumulo.

Capisce che sta vivendo sempre mezzo passo indietro rispetto a se stessa.

Che sta chiedendo il permesso anche per respirare.

E se ne va.

Senza scene.

Senza spiegazioni.

Se ne va come vanno via le donne che hanno già pianto tutto da sole.

È allora che lui torna.

Più gentile.

Più misurato.

Con parole finalmente giuste.

E con i regali.

Gioielli importanti.

Pesanti.

Lucidi.

Oggetti che tentano di comprare una resa che non arriva.

Pussy Galore ringrazia.

Perché l’educazione è una cosa seria.

Ma non torna.

Quando lui le chiede di uscire di nuovo,

lo fa come se fosse naturale.

Come se il tempo avesse cancellato le frasi.

Come se i regali avessero parlato abbastanza.

Pussy Galore dice no.

Un no semplice.

Pulito.

Adulto.

Ed è lì che smette di essere carina per lui.

Il linguaggio di lui cambia.

Non suggerisce più.

Non corregge più.

Non finge più.

Non parla più di come dovrebbero andare le cose.

Parla di lei.

Arrivano le parole nude,

pronunciate da lui,

senza mediazioni,

senza più nemmeno il tentativo di sembrare giusto.

«Ma allora sei una merda, una servetta.»

Non detto per rabbia.

Detto per punire.

In quell’istante Pussy Galore non prova vergogna.

Prova una chiarezza che fa male e libera insieme.

Capisce che l’ironia non l’ha protetta.

Che l’intelligenza non l’ha immunizzata.

Che la forza non basta

quando l’altro confonde la relazione con il possesso.

Capisce che finché una donna è brillante e disponibile, è desiderabile.

Quando resta brillante e indisponibile, diventa massacrabile.

Non risponde.

Perché non c’è dialogo possibile

con chi usa le parole per schiacciare.

Pussy Galore prende atto.

E va avanti.

Ironica.

Intatta.

 

Perché Pussy Galore

non è mai stata una servetta.

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Questo non è un racconto di fragilità.

È il racconto di un meccanismo.

Non è successo perché ero ingenua.

Non è successo perché ero debole.

È successo anche perché ero intelligente, ironica, autonoma.

È successo perché ero libera.

E la libertà non è mai una colpa.