A Pescara il passeggio non è un’abitudine. È un’istituzione non dichiarata, ma rigidamente osservata. Si svolge tra Zolfo e Visaggio e non prevede variazioni. Non serve un motivo per uscire. Si esce per esserci. Il resto è una giustificazione. Il passo è lento, studiato. Nessuno ha davvero fretta. Chi ce l’ha, non passeggia. Il cast è fisso. Cambiano le stagioni, non i ruoli. C’è il commerciante che dopo il primo bicchiere diventa addetto stampa del marciapiede. Il suo vocabolario è ridotto a una sola parola, ripetuta con devozione: imperiale. Donna imperiale, serata imperiale, figura imperiale, sedere imperiale. Non descrive, incorona. L’aggettivo è un timbro, una benedizione distribuita senza criterio. Se qualcosa passa davanti a lui ed è vagamente vivo, diventa immediatamente grande. Dopo il secondo giro lo è anche ciò che grande non è mai stato. Poi ci sono due uomini fissi, sempre nello stesso punto. Non passeggiano, presidiano. Guardano scorrere l’umanità come si guarda una replica infinita. Commentano poco, ridono tra loro, sembrano sapere tutto prima che accada. Se una sera non ci fossero, Visaggio perderebbe stabilità. C’è il venditore. O almeno così si presenta. Rifatto con zelo, viso tirato e sorriso in esposizione permanente. Gira con una fuoriserie di ultima generazione, parcheggiata con ostinazione dove c’è il senso vietato. Non per errore, ma per convinzione. Si accompagna quasi sempre a straniere giovani, molto curate, tutte sorprendentemente simili. Non è chiaro se siano compagne o accessori. Staziona volentieri nei pressi di un locale d’entrèe-nusse. Anche l’ego ha bisogno di una scenografia. Scende dall’auto lentamente, certo che qualcuno stia guardando, anche quando nessuno lo fa. Poi c’è la corte delle donne. Sale e scende tra Zolfo e Visaggio come una marea urbana. Molte con la svapo, tenuta come un’estensione del carattere. Nuvolette leggere, posture studiate, volti curiosamente uniformi. Evidentemente la città ha un chirurgo plastico di riferimento. Fingono distrazione, usano il telefono come alibi, ma osservano tutto. Non cercano qualcuno in particolare. Cercano la possibilità che qualcosa accada. Resiste anche il gruppo delle zitelle over cinquanta. Resiste e insiste. Compatte, riconoscibili, organizzate. Non passeggiano davvero, presidiano il tempo. Commentano, ricordano, confrontano. Sono la memoria del passeggio. Non mollano. Stessa palma, stesse cene, stessa noia. E poi ci sono le due Grazie, le aspiranti buon partito. Sempre insieme, sempre coordinate. A sessant’anni sono ancora in fase di quasi. Quasi sistemate, quasi definitive, quasi decollate. Camminano tese, sospinte da filler strategico, tacchi convinti e sorrisi da colloquio finale. Non cercano l’amore. Cercano l’atterraggio. Un buon partito, stabile, presentabile, con poche pretese emotive. A distanza di sicurezza, ben ancorato al Caffè delle Merci, resiste il presidio delle cattocomuniste finte sciatte. Abbigliamento trasandato per scelta, non per necessità. Parlano di sobrietà, autenticità, valori. Intanto passano in rassegna tutto e tutti. Non passeggiano, vigilano. La rivoluzione può attendere, il giudizio no. E sopra tutto questo c’è la commerciante sciantosa. Non passeggia, governa. Sentenzia mentre lavora. Non ha bisogno di girare nuda per guadagnarsi la visibilità di qualcuno. Lo dice mentre assiste le clienti. Il lavoro è un interrogatorio travestito da servizio. Tra un servizio ed un altro emergono segreti, tradimenti, frustrazioni. Lei ascolta, annuisce, rassicura. Poi esce dalla bottega e rimette tutto in circolo. A Visaggio i segreti arrivano prima ancora che la lacca si fissi. Il punto è che non succede quasi mai niente. Nessun colpo di scena, nessuna rivelazione. Ma tutti sanno tutto. E tutti continuano a uscire lo stesso. Perché a Pescara il passeggio non serve a incontrare qualcuno. Serve a posizionarsi. A ricordarsi, sera dopo sera, di essere ancora dentro il quadro.
Pussy Galore