La notte dovrebbe restituire i figli



di Redazione
Categoria: Editoriale
07/01/2026 alle ore 10:46




         di Pussy Galore 

In una casa, la cucina è ancora in disordine.

Sul tavolo ci sono i bicchieri del brindisi, il panettone aperto a metà, le briciole lasciate lì perché tanto "poi si sistema". La televisione è accesa senza volume, più per compagnia che per attenzione.

«Hai scritto alla nonna per gli auguri?»

«Sì... cioè no. Lo faccio dopo.»

«Fallo adesso.»

«Mamma, arrivo tardi.»

La porta si chiude piano. Non sbatte. La fretta è tutta nei passi sulle scale.

In un'altra casa, il corridoio è stretto e la luce del bagno resta accesa.

«A che ora torni?»

«Presto.»

«Presto non è un'ora.»

«Normale.»

Normale è una parola comoda. Sta bene su tutto. Anche sulle paure.

In un'altra casa ancora, una madre è seduta sul letto mentre la figlia cerca le scarpe.

«Quelle no, scivolano.»

«Mamma, sono perfette.»

«Scrivimi quando arrivi.»

«Certo.»

Le scarpe scartate finiscono sotto al letto. Storte.

Invisibili. Come tutte le cose che si rimettono a posto dopo.

In un'altra casa, un padre finge di guardare il telefono.

«Con chi sei?»

«Con gli altri.»

«Chi altri?»

«Papà...»

Quel papà detto così non è fastidio. È una richiesta di fiducia. E la fiducia, quasi sempre, vince.

Poi arriva il bagno.

Lo specchio.

La faccia che prova a sembrare adulta.

Le labbra intrecciate.

Il fondotinta lasciato aperto sul lavandino.

Un dettaglio minuscolo, lasciato a metà perché qualcuno sta scrivendo "sei giù?".

In ascensore parte un video.

Faccia da duro.

Sorriso studiato.

Un TikTok come mille altri. Non per dire addio, ma per dire ci sono.
 

In tutte le case, più o meno alla stessa ora, qualcuno resta in piedi dopo che la porta si è chiusa.

Si guarda intorno e nota cose insignificanti: un'anta dell'armadio chiusa male, una luce rimasta accesa, una stanza che all'improvviso sembra più grande.

La notte dovrebbe fare solo questo:

prendere i figli in prestito

e restituirli.

E invece, a volte, la notte tradisce.

C'è un video che circola.

Pochi secondi.

Il fuoco si vede chiaramente.

E quello che colpisce non è il panico, ma la sua assenza.

I ragazzi guardano.

Riprendono.

Qualcuno sorride.

Uno solo prova a intervenire, istintivamente, cercando di spegnere le fiamme con il suo giubbotto bianco. Un gesto enorme e ingenuo insieme. Il gesto di chi pensa che basti così. Che qualcuno stia per arrivare. Che tutto sia ancora sotto controllo.

Non è incoscienza.

È giovinezza.

E fiducia.
 

A quell'età non hai ancora il vocabolario della tragedia.

Non sai riconoscere il momento preciso in cui una cosa smette di essere gestibile e diventa irreversibile.

E soprattutto ti hanno insegnato che certi luoghi sono sicuri. Che esistono regole. Che qualcuno, da adulto, ha già pensato a tutto.

Poi arriviamo noi.

Adesso.

Tutti improvvisamente bravi a sentenziare.

Avrebbero dovuto essere a casa.

A sedici anni non si esce.

I genitori dovevano controllare.

I genitori dovevano vietare.
 

È una tentazione comprensibile.

Giudicare da l'illusione del controllo. Fa credere che basti fare "la cosa giusta" per essere al sicuro.

Ma è una scorciatoia crudele.

Quei ragazzi non stavano facendo qualcosa di estremo.

Stavano facendo qualcosa di normale.

Uscire la sera di Capodanno. Ballare. Stare insieme.

Costruire, passo dopo passo, quell'autonomia che chiediamo loro e che poi, quando ci spaventa, vorremmo improvvisamente negare.

Dire "dovevano essere a casa" non protegge nessuno.

Serve solo a placare l'ansia di chi resta.

E soprattutto sposta il peso dove non dovrebbe stare.

Perché la sicurezza non è una questione educativa.

E una responsabilità adulta.

Di chi apre un locale.

Di chi lo gestisce.

Di chi permette che dentro entrino dei ragazzi.

Di chi sa, o dovrebbe sapere, che certe condizioni non ammettono margini.

Quello che è successo al Le Constellation non è una fatalità.

È una promessa mancata.

La promessa implicita che quei luoghi fanno a ogni genitore: "qui tuo figlio è al sicuro".

Da quando ho saputo di questa tragedia, penso alle stanze rimaste com'erano.

Alle scarpe sotto al letto.

Al fondotinta aperto.

Agli auguri alla nonna scritti in fretta o rimandati a dopo.

I genitori, oggi, non hanno bisogno di lezioni.

Hanno bisogno che qualcuno dica una verità semplice, senza ferirli ancora:

non è stata una colpa educativa.

È stata una fiducia tradita.

La notte dovrebbe restituire i figli.

Sempre.

Anche quando escono giovani.

Anche quando ridono.

Anche quando non sanno ancora riconoscere il pericolo.

E se non lo fa, non serve trovare colpe comode.

Serve pretendere responsabilità vere.

Perché il dolore dei genitori non ha bisogno di sentenze.

Ha bisogno di rispetto.

E di notti che, finalmente, mantengano le promesse.

Perché la notte, dovrebbe restituire i figli.

Sempre.