In questi giorni ha fatto discutere la scelta dell'assessora al Sociale del Comune di Padova, Margherita Colonnello, che ha celebrato la nascita del figlio appendendo un fiocco arcobaleno alla porta del suo ufficio, accompagnato dalla frase: “Poi deciderai tu se essere maschio o femmina.” Una frase che ha acceso entusiasmi e critiche, a seconda della posizione ideologica o culturale di chi la legge.
Come cittadino e come persona che crede nel rispetto degli altri, sento la necessità di condividere una riflessione. Perché se è giusto promuovere inclusività, diritti e libertà, è altrettanto necessario non confondere questi valori con l'abbandono del buon senso.
Non ho nulla contro chi sceglie, crescendo, di esplorare la propria identità o di definirsi in modi non convenzionali. Ognuno ha il diritto di essere se stesso. Lo credo profondamente. Ma allo stesso tempo, non posso accettare che si metta in discussione ciò che è oggettivo, naturale, biologico: alla nascita siamo maschi o femmine. È un dato di realtà, non un'opinione.
Non si tratta di negare le persone transgender, né di escludere chi vive identità diverse. Si tratta, piuttosto, di non perdere il contatto con la realtà nel nome di un linguaggio sempre più ideologico, che rischia di confondere le nuove generazioni, polarizzazioni alimentari e spostare il dibattito su un piano puramente simbolico, svuotato di concretezza.
La libertà è un valore che rispetto e difesa. Ma la libertà non è confusione, e non è nemmeno imposizione culturale mascherata dal progresso. Non è necessario usare simboli forti o provocatori per affermare diritti che dovrebbero essere già garantiti. Tantomeno è utile farlo su un neonato, che non ha ancora modo di esprimere nulla di sé.
Mi chiedo: è davvero questo il modo più efficace per educare all'inclusione? O stiamo assistendo a una forma di eccesso, in cui si rischia di passare da una società che escludeva chi era “diverso”, a una che colpevolizza chi resta aderente a ciò che è naturale?
Non servono estremismi per costruire una società più giusta. Servire equilibrio. Servire rispetto, in ogni direzione. Servire per poter dire: sì all'inclusione, no alla confusione. E avere il coraggio di affermarlo, senza paura di passare per “retrogradi”, solo perché si difende un principio basilare: che la realtà esiste, e che da lì deve partire ogni dialogo autentico.