La lezione delle scuse di Palamara a Mattarella


Il magistrato "scopre" quanta gente fino ad oggi è stata inchiodata, crocifissa, ad una frase decontestualizzata


di l'innocente
Categoria: CapoVerso (rubrica innocente)
02/07/2019 alle ore 19:18



Meglio tardi che mai. E perciò, il giudice Luca Palamara, al cui nome s'ascrive la più devastante inchiesta sulla nostra magistratura, esprime adesso il suo profondo rammarico: "Mai avrei potuto immaginare che parole pronunciate, in momenti intimi e reconditi della mia vita privata, e quindi nella più assoluta libertà, potessero poi diventare di dominio pubblico, considerato che si trattava della utilizzazione di una 'lingua sporca' con il frequente ricorso a termini e locuzioni enfatizzanti uno stato d'animo genuino..." 

Il dato è quasi rivoluzionario: il magistrato Palmara, scopre l'arcano. Ha l'illuminazione.

Chiede scusa al Presidente della Repubblica e prende le distanze da se stesso. O, meglio, da quel se stesso che emerge dalle espressioni trascritte dai giornali e pronunciate in momenti che s'affretta a definire "intimi e reconditi".

Una scoperta, per lui. Che sarebbe tutta da ridere se non ci fosse da piangere. Da scompisciarsi addirittura, se non fosse che tanta, tantissima gente è stata in questi anni sputtanata, infangata, svillaneggiata per niente. Per il nulla pneumatico, mutato in ipotesi accusatoria ed inchiesta giudiziaria da diffondere con brogliacci e chiavette nelle redazioni dei giornali.

Esattamente quel nulla a cui Palamara solo adesso si aggrappa. Che solo ora riesce a vedere.

Ora che non quello di un qualsiasi disgraziato indagato, ma proprio il suo linguaggio privato, familiare e quotidiano, diventa di pubblico dominio permettendo di scoprire che anch'egli, come tutti del resto, è uno che parla come mangia. Fatto normale che non può essere segno di alcunchè disdicevole - a meno dell'esistenza di qualsivoglia reato, ovviamente! - ma il modo di esprimersi tra amici, a tavola o in momenti normali di vita vissuta.

Questa ovvietà, il magistrato Palamara la scopre adesso. Ma solo perchè colpito personalmente, nel vivo. Altrimenti mai se ne sarebbe occupato. Scopre perciò quanto devastante possa risultare la mera, burocratica, trascrizione di un dialogo. E volendo, con un piccolissimo sforzo, potrà pure scoprire quanta gente è stata inchiodata, crocifissa, ad una frase decontestualizzata; quanti ad una espressione innocente, ad una battuta che, nel caso, si ipotizzò criminale.

E se poi volesse scavare ancora, il Palamara, potrebbe inoltre scoprire quanti "non poteva non sapere" siano stati affibiati a chi non sapeva davvero e nulla aveva a che fare con il malaffare. Quanta gente sia stata, con questo stesso metodo in cui lui è rimasto invischiato, collegata ad attività illecite inverosimili, del tutto improbabili e mai provate.

Quanti reati sono stati ipotizzarti in base al semplice ascolto di un dialogo o alla trascrizione di un brogliaccio della polizia giudiziaria. Oggi, finalmente, se ne accorge anche il magistrato Palamara. Oggi vive anch'egli sua sua pelle e su quella della sua famiglia, quel che molte inchieste rivelatesi montagne di fuffa, hanno fatto drammaticamente vivere ai tanti che magistrati non sono. Oggi, Palamara può verificare personalmente di che violenza sia portatrice questa metodologia di lavoro. Di quante lacrime e pure di quanto sangue innocente.

Si, oggi può finalmente capirlo anche lui che è stato a capo della Associazione nazionale magistrati e membro del Consiglio superiore della magistratura senza che mai nulla scalfisse le certezze che propagandava e difendeva. Oggi è più libero nel giudizio. E può passarsi una mano sulla coscienza. Megli tardi che mai.

 

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