Ecco perchè i cittadini non vogliono il metanodotto e la Centrale Snam a Sulmona


La protesta dei comitati per l'Ambiente: "Il serpentone potrebbe essere edificato a pochi passi da una delle faglie più pericolose d'Europa"


di Isabella Falco
Categoria: ABRUZZO
26/01/2018 alle ore 10:51

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“Torniamo a ribadire la nostra opposizione al progetto della Centrale Snam a Sulmona, contro il quale siamo in trincea ormai da 10 anni, conducendo una battaglia civile e democratica”.

È la dichiarazione di Giovanna Margadonna, portavoce dei Comitati cittadini per l’Ambiente di Sulmona, rilasciata questa mattina a Pescara durante la conferenza stampa organizzata dai Comitati e collettivi della Valle Peligna per rilanciare la battaglia contro la Centrale Snam che rientra nel progetto Rete Adriatica.

 

PERCHE'

Dopo che il Consiglio dei ministri, con la delibera del 22 dicembre scorso, ha dato il via libera ai lavori per la realizzazione dell’opera, infatti, la protesta dei cittadini è ancora più rumorosa. I comitati dicono “no” alla costruzione di un metanodotto che danneggerebbe il territorio e non porterebbe lavoro agli abruzzesi.

Si tratta infatti di un serpentone lungo quasi 700 chilometri e diviso in 5 lotti, da Massafra a Minerbio, passando per Sulmona, e alla realizzazione di una Centrale di compressione e spinta, che si estende su una superficie di 12 ettari, nelle vicinanze della città di Ovidio.

La proposta presentata nel 2004 dalla società Snam Rete Gas, che prevede la realizzazione di un gasdotto lungo quasi 700 chilometri, interrato a cinque metri di profondità, punta a creare una imponente infrastruttura, in grado di condurre il metano dalla provincia di Taranto fino alle porte di Bologna.

 

DA DOVE PASSA

Il serpentone però, nel percorrere l’Appennino, dovrebbe passare in Abruzzo, e prima di dirigersi verso Foligno, fare tappa a Sulmona, ai piedi del Morrone. Il maxi tubo, quindi, potrebbe essere edificato a pochi passi da una delle faglie più pericolose d'Europa e sempre a Sulmona potrebbe essere costruita una centrale di compressione e spinta.

“Le criticità fondamentali – ha spiegato Margadonna- riguardano l’elevata sismicità del territorio, sul quale dovrebbe insistere sia l’impianto di compressione che il metanodotto . L’impianto di compressione rilascerebbe 164 tonnellate, tra monossido di carbonio e ossidi di azoto, che rimarrebbero imprigionati all’interno di una valle chiusa, che con il fenomeno dell’inversione termica non consente la dispersione di questi inquinanti e dunque ci troveremmo di fronte ad un grave rischio sanitario per la salute dei cittadini. Senza contare le ripercussioni economiche per un territorio che già presenta un’economia debole e che ha tra le sue peculiarità l’agricoltura di qualità e il turismo”.

La battaglia prosegue il 3 febbraio prossimo a Sulmona con un’assemblea regionale. “Cercheremo di riunire tutte le realtà che si occupano non solo di questa vicenda, ma più in generale tutte le realtà degli hub del gas – ha annunciato Barbara Giambattista, portavoce del Collettivo Altrementi Valle Peligna".

 

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