Migranti: gli errori della politica (e dei media) in un Paese immobile


All'iper fanatismo ideologico si somma l'incapacità gestionale che non risolve il problema



Ha scritto Dostoevskij che “l’uomo ha una tale passione per il sistema e la deduzione logica che è disposto ad alterare la verità per non vedere il vedibile, a non udire l’udibile pur di legittimare la propria logica”. Nella categoria “uomo” andrebbero ricompresi due soggetti che, in svariati tratturi percorsi senza una bussola programmatica, rispondono al nome di Politica e Stato.

Sul tema dei migranti se l'accordo capestro Ue-Turchia è stata la risposta frettolosa e sgrammaticata ad un problema epocale, la gestione italica è stata, possibilmente, peggiore. E per almeno due ragioni di fondo: l'iper fanatismo ideologico (espresso da tutte le fazioni) e l'incapacità di uno Stato di gestire il dossier.

Se l’Italia fosse un Paese con la certezza del diritto, allora dell’immigrazione non si dovrebbe avere timore. L’aggregazione sociale di popoli e genti, nei secoli, ha rappresentato il pan dello sviluppo umano. Le trasformazioni di società e Stati sono state direttamente proporzionali alle migrazioni. Per cui il piano di discussione va esplicitato in due ambiti: l’immigrazione in sé da un lato e la capacità (anzi, l’incapacità) italiana di gestire situazioni e cambiamenti. Spesso si sottace che l’Italia è un Paese immobile, culturalmente depresso, restìo a risposte (rapide e risolutive) ai problemi e guidato con lo specchietto retrovisore, più che con l'occhio rivolto al domani. Per cui più l’Italia peggiora il proprio status quo in questa direzione, più aumentano esponenzialmente le questioni che restano drammaticamente irrisolte. Peggio di noi, in verità, ha fatto Scotland Yard a cui era stato già segnalato il nome del terrorista del London Bridge e dei suoi parenti italiani.

Il rispetto della legge e le implicazioni relative al terrorismo di matrice islamica vanno di pari passo.

Il peso dell'accoglienza sopportato da Lampedusa e da alcuni centri italiani come Montevarchi si somma al macabro business condotto sulla pelle di uomini, donne e bambini anche grazie a certi media che non fanno informazione corretta. In occasione di un seminario dell'Ordine dei giornalisti della Basilicata per l'acquisizione dei crediti, una relatrice che si occupa di migranti in Libia ha detto che gli scafisti non sono criminali ma solo “facilitatori, come lo erano le staffette partigiane”. C'è da restare sbigottiti.

Come sbigottiti si resta dando uno sguardo ai numeri contenuti nel pamphlet "Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere" (Aracn ed.) di Blangiardo, Gaiani, Valditara. Nel 2012 sono state 80mila le nascite straniere in Italia, avviando un trend in diminuzione: 78mila nel 2013, 75mila nel 2014, 72mila nel 2015. Al pari del valore medio della fecondità tra le donne straniere: 2,65 figli per donna nel 2008; 2,37 nel 2012; 1,97 nel 2014; 1,93 nel 2015. Significa che la presunta rivoluzione delle culle che qualcuno teorizzava sull'onda dell'immigrazione è stata solo una falsa aspettativa.

Il nodo resta tutto italico, però, anche per via di due dati oggettivi. In primis quella grossa fetta di criminalità che ha scelto di accantonare per qualche tempo il traffico di stupefacenti per concentrarsi invece sui migranti, perché con più margine di profitto. E l'immobilismo della politica: dal dicembre scorso circola un paper secondo cui in Turchia i trafficanti di migranti hanno facendo incetta di barche, gommoni e motori fuori bordo. Verranno verosimilmente utilizzati, nelle prossime settimane, per far transitare i tre milioni di migranti che Erdogan ha già annunciato di voler rispedire in occidente.

Il rischio è che ciò possa avvenire al ritmo di tremila persone al giorno. L'informativa, supportata dalle immagini catturate dai droni, è nota ai servizi europei da sei mesi. Ma di contromisure nemmeno l'ombra.

 

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