La capitale contesa, la sterzata di Trump e la nuova geopolitica: che succede a Gerusalemme?


Le analisi di 4 voci abruzzesi: Salvatore Santangelo, Marco Patricelli, Silvano Barone e Dante Marianacci


di Federica Rogato
Categoria: ABRUZZO-ITALIA
02/01/2018 alle ore 16:21

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In meno di un chilometro quadrato racchiude i simboli delle tre maggiori religioni monoteiste. Ebraismo, Cristianesimo e Islamismo convivono, a fatica, nella città Santa, Gerusalemme, la terra del paradosso dove l'Amore dell'Eterno si è fatto presente, ma dove tra gli uomini questo amore e questa pace non riescono a concretizzarsi.

 

CAPITALE CONTESA

A rendere ancor più precario questo equilibrio è stata certamente la recente decisione di Trump di spostare l'ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme riconoscendola di fatto come capitale dello stato Ebraico, suscitando una violenta reazione da parte del mondo arabo che ritiene che non ci sia nulla che giustifichi questo atto, se non minare la pace.

E il capo di Hamas ha promesso una nuova Intifada che non si fermerà con gli scontri avvenuti all'indomani dell'annuncio del Presidente americano: da Betlemme a Ramallah, da Hebron, a Nablus, Qalqilya, a Gaza, migliaia di persone si sono riversate nelle strade per le proteste lanciando pietre, bottiglie incendiarie e pneumatici in fiamme contro le forze di sicurezza, mentre a Gerusalemme la situazione è apparsa più calma sulla Spianata delle Moschee.

 

COERENZA

"A Trump bisogna riconoscergli una coerenza e una consequenzialità". A parlare è Salvatore Santangelo, aquilano, docente di Geografia delle lingue all'Università di Tor Vergata, esperto di politica internazionale e di storia del Novecento ."Trump lo aveva promesso in campagna elettorale. E come per questo e altri temi dobbiamo dire che - a dispetto di altri politici che in campagna elettorale si abbandonano a promesse che poi non mantengono - a lui va riconosciuta la consequenzialità".

 

INDIGNAZIONE A FASI ALTERNE

"Sicuramente questo tema ha colpito la sensibilità di tutti per la valenza e la portata universale, - ha proseguito il professor Santangelo -, ma allo stesso tempo dobbiamo dire che arriva alla fine di un'altra serie di atti voluti dalla Comunità internazionale che non hanno suscitato una reazione altrettanto netta: pensiamo solo a quando l'Unesco, pochi mesi fa, ha dichiarato Israele 'potenza occupante' a Gerusalemme e poi ha dato ai palestinesi la sovranità della tomba dei patriarchi a Hebron. E pensiamo sempre all'Unesco che, con le sue decisioni in merito al Muro del Pianto, in qualche modo ha voluto recidere il rapporto tra l'Ebraismo e Gerusalemme. È vero che non tutti gli archeologi sono convinti che sia un resto del famoso tempio di Salomone, ma ormai, dai tempi della Diaspora, esso rappresenta per gli Ebrei il luogo simbolo della presenza divina. In questo caso non c'era alcuna provocazione nei confronti di Israele e nessun rischio di destabilizzare il MedioOriente?"

 

UN'IPOCRISIA DIPLOMATICA E POLITICA

"Credo che Trump abbia forzato la mano per sbloccare un impasse altrimenti irrisolvibile – sottolinea Marco Patricelli, pescarese, storico e saggista -. La vicenda di Gerusalemme capitale è una gigantesca ipocrisia diplomatica e politica. Trump ha rivelato, consacrandolo, ciò che tutti sanno e vedono, e fanno finta di non sapere e vedere. I crismi dell'ufficialità costringono adesso ad affrontare e risolvere un nodo intrecciato da 70 anni".

 

TEMPO AL TEMPO

Per Silvano Barone, direttore del TGR Abruzzo, solo il tempo potrà veramente sciogliere il nodo sull'iniziativa di Trump: "Decisione molto dibattuta quella del Presidente americano. Chi difende la sua scelta afferma che «Israele è l'unico stato nel mondo che non ha il permesso di poter situare la propria capitale in un luogo di sua scelta».

Da altri punti di vista si ribatte che: «Israele è l'unico Stato al mondo il cui governo ha il coraggio di eleggere come sua capitale una città oltre i propri legittimi confini di sovranità, una città, per altro, soggetta a chi esercita diritti superiori». Quanto venne proposto nella decisione delle Nazioni Unite e quanto Israele «accettò» nel 1947 fu che la città di Gerusalemme, - continua Barone - riconoscendo il collegamento di identità nazionale per i palestinesi e per gli ebrei, non doveva essere sotto il controllo sovrano di nessuna delle due popolazioni ma doveva essere internazionalizzata e soggetta all'amministrazione delle Nazioni unite, riconoscendo il particolare significato simbolico e religioso di Gerusalemme per le tre religioni monoteiste. Ora bisognerà vedere cosa comporterà nel lungo periodo la decisione di Trump di riconoscere Gerusalemme capitale di Israele e l'intenzione di spostare l'ambasciata americana.

Cosa molto difficile da quantificare adesso, anche se un eventuale ritorno alla violenza, all'estremismo politico, al terrorismo antiamericano e a una situazione di guerra estesa nella regione mediorientale, verrà attribuito a un errore diplomatico di Trump. La votazione dell'Onu potrebbe causare in futuro ulteriori frizioni (con 128 voti a favore, 9 contrari e 35 astensioni, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato la risoluzione che condanna la decisione di Washington di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele). Ora le prospettive per una diplomazia fondata su uguaglianza di diritti per i palestinesi e gli israeliani si è ridotta di molto".

 

IL DIALOGO INTERCULTURALE E' LA RISPOSTA

Poeta, romanziere, saggista, componente di importanti realtà culturali in Italia e all'estero, Dante Marianacci, l'intellettuale nato ad Ari (provincia di Chieti) che ha visto nel 2009 il suo nome nell'elenco per l'attribuzione del Nobel alla Letteratura, ha girato il mondo come dirigente culturale del Ministero degli Affari Esteri. Ha vissuto la primavera Araba quando era al Cairo.

"Al di là degli interessi specifici, economici e di strategia geopolitica degli Stati Uniti, strategia che è particolarmente viva in quell'area geografica, sulla base della mia esperienza posso affermare che in questo momento decisamente infuocato di quelle zone, in cui potrebbe scoppiare davvero qualcosa di imprevedibile, solo un dialogo interculturale tra questi Paesi può risolvere veramente la situazione. E Gerusalemme è una realtà multiculturale e multireligiosa, capitale delle tre grandi religioni monoteiste, e in questo momento andare ad affermare la supremazia di una parte soltanto sarebbe davvero molto compromettente per gli equilibri già assai precari di quell'area geografica. Non sappiamo se Trump abbia intenzione di fare un passo indietro come hanno fatto alcuni suoi predecessori, ma credo che l'interesse degli Stati Uniti in questo momento sia di riportare Hamas sul tavolo dei negoziati e vedere poi come politicamente e diplomaticamente risolvere il problema".

 

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