Scomponiamo il dramma del conflitto: sguardi, scelte e direzioni


Non ci sono diritti che possano sopravvivere di fronte all' umiliazione del padre o della madre di nostro figlio



L’articolo di oggi tocca un tema molto attuale e molto triste: il dramma delle separazioni conflittuali che lasciano senza tetto, senza denaro, senza figli e senza storia. Mi accosto a questo argomento con grande delicatezza e profondo rispetto per chi si trova ad affrontare tutto questo.

È cronaca degli ultimi giorni il dramma personale e familiare di un comico famoso – di cui si sceglie di non fare il nome in quanto se ne vuole utilizzare “ la storia” – che trascorre le sue notti in macchina e vive il dramma di un isolamento rispetto ai suoi due figli connesso alla propria situazione di disagio, su cui in verità è stata resa nota la posizione della sua ex moglie che smentisce. Ma al di là del merito della vicenda in questione su cui non si intende intervenire, è il dato generale che merita una riflessione.

Si precisa che, la breve riflessione che segue nasce dallo sguardo ipotetico di un figlio, ma che questo non significa sottovalutare il profondo disagio del genitore, a prescindere tralaltro che si chiami mamma o papà e che sia un operaio o una grande imprenditore.

È indubbio che le separazioni ad alta conflittualità lascino dietro di loro soltanto cadaveri: “la morte” infatti, non si tocca quando ci si lascia, per quanto questo evento comunque luttuoso abbia bisogno del suo tempo per essere “riparato”, ma bensì quando ci si distrugge reciprocamente e si distrugge tutto quello che insieme si era costruito.

La guerra tra due persone che si sono scelte, amate, che hanno condiviso un pezzo più o meno lungo delle proprie esistenze conduce al baratro, un baratro economico, un baratro esistenziale, un baratro di completo isolamento affettivo. Il desiderio di annullamento dell’altro si autoalimenta e non avrà mai termine, se non nella sua rinuncia.

Una rinuncia che non porta con sé una perdita ma piuttosto un senso di rinascita e di salvezza di se stessi, dell’altro e quindi dei propri figli. Non ci sono diritti che possano sopravvivere di fronte all’ umiliazione del padre o della madre di nostro figlio che non riesce più a mangiare, a dormire, a prendersi cura di se stesso: non sapersi fermare significa essere responsabili del dolore immenso, del senso di smarrimento e vuoto affettivo che i nostri figli proveranno “ in mezzo” a tutto questo dramma.

Purtroppo quello che i genitori spesso non riescono a vedere è il dolore di chi non c’ entra nulla e nonostante questo si sente responsabile, di chi vorrebbe tanto “chiamarsi fuori” o scappare via lontano per non assistere a litigi o rivendicazioni, a lotte intestine senza fine e senza senso se non quello della completa distruzione.

“Come figlio non posso sopportare che mio padre viva in macchina o che mia madre trascorra le sue giornate depressa a casa senza uscire; come figlio non posso sopportare che mio padre sia assente e che mia madre esca con le sue amiche ogni sera perché deve recuperare la gioventù che mio padre le ha rubato; ed ancora come figli soffriamo da morire a dover scegliere, sempre, di continuo, a dover capire, giustificare, mediare.

“Non siamo noi quelli che devono mediare, siete voi mamma e papà. Siete voi a dovervi perdonare, ascoltare, aiutare, salvare. Siete voi quelli per dignità e rispetto, in primis di voi stessi, dovreste evitare la ROVINA dell’altro”.

“E se un mediatore può aiutarvi in questo e quindi salvarci, ben venga la mediazione familiare, che porta con sé la speranza di una scelta diversa rispetto a quella della distruzione reciproca ed un orizzonte possibile di serenità per noi figli che assistiamo spettatori indifesi al consumarsi di questa tragedia….”

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