Quella magia nella stanza di mediazione: l'empatia


Quarto appuntamento con la rubrica bisettimanale Ri-Mediamo, curata dalla dott.ssa Teresa Lesti, mediatrice familiare e Consigliera Regionale Aimef



Da quando lavoro come mediatrice familiare, spesso, mi faccio questa domanda: cosa funziona a volte di più in una mediazione rispetto ad un'altra e come, forse, avrei potuto lavorare diversamente per non “perdere” la coppia? La risposta, credo, possa essere riassunta in una sola parola: empatia.

Quando insegnavo in un corso per diventare mediatori familiari, raccontavo questa meravigliosa parola utilizzando una metafora abbastanza “grezza”: l’empatia significa mettersi nei panni dell’altro ma, non, con la propria taglia ma bensì con quella, appunto, dell’altra parte e questo presuppone una bella dieta o una bella abbuffata per raggiungere il “peso” dell’altro.

I miei corsisti sorridevano ma comprendevano che, per empatizzare davvero con qualcun altro, non è sufficiente mettersi al suo posto ma bisogna fare lo sforzo di entrare nel suo mondo, con la sua storia e con il suo vissuto emotivo.

Per noi mediatori creare empatia significa dipingere uno spazio relazionale accogliente in cui abbracciare i genitori, rendendo possibile con loro un dialogo autentico basato sulla fiducia e sul rispetto in modo che loro sentano di potersi mettere in gioco davvero; prima con noi mediatori e poi con l’altro con cui sono in questo spazio “magico” per un confronto volto alla riorganizzazione della propria famiglia.

Empatia significa capacità di creare una relazione, un legame e all’interno di questo sostenere le parti nel loro viaggio attraverso la tempesta della separazione o del divorzio.

Empatia significa “sentire” l’altro e percepirne le sfumature e le vibrazioni emotive! Empatia significa accogliere davvero i genitori con i loro vissuti spesso ambivalenti e conflittuali e permettere loro di fare spazio, ordine e luce dentro di loro e dentro la loro nuova relazione solo come genitori.

A noi mediatori viene richiesto tutto questo: si, forse è molto, ma è una delle condizioni imprescindibili per poter cominciare a fare questo lavoro!

Quando una coppia arriva in mediazione, generalmente, ha mille paure, dubbi, spesso una diffidenza o uno scetticismo naturalmente connessi al momento della vita che sta attraversando e ad un sistema culturale, sociale e giuridico ancora acerbo rispetto a molti aspetti.

Il mediatore in prima battuta, quindi, ha il compito di dover creare un ambiente accogliente, sereno, “magico”, dove le persone riescano a sentirsi a proprio agio e pian piano a fidarsi del mediatore familiare.

Il primo incontro sia per il mediatore che per la coppia è fondamentale: ci si presenta, ci si conosce gradualmente, ci si comincia ad avvicinare emotivamente creando un terreno fertile dove poter gettare insieme i semi per un buon lavoro di mediazione familiare.

Per concludere sull’empatia - di cui chiaramente si è dato solo un assaggio - scelgo un altro termine, a me molto caro nella stanza di mediazione: equivicinanza, intesa come una dolce prossimità ad entrambi senza mai sbilanciamenti o perdite di equilibrio che potrebbero rischiare di compromettere irreparabilmente tutto il percorso.

L’empatia e l'equivicinanza del mediatore ad entrambi i genitori sono gli ingredienti principali per una buona ricetta di accoglienza nella stanza di mediazione.

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