Il ritorno tra i banchi di scuola porta con sé l’ombra di una crisi che in Abruzzo non accenna a fermarsi. Tra pochissimi giorni, quasi 155mila ragazzi varcheranno di nuovo i cancelli dei loro istituti, ma a fare notizia è soprattutto chi tra quei corridoi non ci sarà. Rispetto allo scorso settembre, infatti, la scuola abruzzese perde oltre 3.500 studenti in un solo colpo, una flessione di oltre il 2% in dodici mesi che riflette in modo spietato l’invecchiamento della popolazione e il calo costante delle nascite che da tempo caratterizzano il territorio.
Non si tratta di una contrazione improvvisa, ma del capitolo più recente di un’emorragia lenta che dura da quasi un decennio. Dal 2018 a oggi, la popolazione scolastica dell’Abruzzo si è andata assottigliando senza mai incontrare un momento di ripresa, arrivando a contare complessivamente oltre 18mila banchi lasciati vuoti. In termini percentuali si tratta di un crollo superiore al 10%: è come se dalla mappa della regione fosse improvvisamente scomparso un intero paese popolato esclusivamente da bambini e ragazzi. A preoccupare è anche l'accelerazione del fenomeno, con un calo che nell'ultimo anno si è fatto ancora più ripido rispetto ai dodici mesi precedenti.
Le ripercussioni di questo svuotamento progressivo si toccano con mano nella quotidianità dei territori. Nei centri più piccoli e nelle zone interne diventa sempre più difficile garantire la formazione delle prime classi e mantenere aperti i singoli plessi. Di fronte a questo scenario, le risposte burocratiche – come le fusioni tra istituti e il ridimensionamento della rete scolastica – riescono soltanto a gestire l'emergenza sul piano amministrativo, ma non risolvono la radice del problema. Accorpare le strutture non fa nascere più bambini né riporta le famiglie nei paesi. Al contrario, la perdita della scuola rischia di innescare un pericoloso circolo vizioso, dove la mancanza di un servizio essenziale diventa a sua volta la causa di un ulteriore spopolamento.