In provincia non succede mai niente finché non cambia la disposizione dei posti.
Può passare di tutto, ma resta tutto in silenzio finché le sedie sono quelle giuste e i commensali pure.
Immaginiamo San Bartolomeo sul Mare. Diecimila abitanti, una piazza che è anche una platea, una farmacia che fa da agenzia di stampa e un ristorante dove si capisce chi conta solo guardando chi siede vicino al capotavola. A San Bartolomeo i segreti non esistono. Esiste il momento sbagliato per dirli.
Finché sei seduto bene, le voci sono malelingue.
Finché sei coperto, le indiscrezioni sono invidia.
Finché sei invitato, tutto rientra nella discrezione.
Poi una sedia si sposta.
Un invito non arriva.
Qualcuno resta in piedi.
Ed ecco che la memoria collettiva si attiva come per magia.
“Non volevo dirlo, ma…”
“Era evidente.”
“Lo sapevano tutti.”
In provincia nessuno inventa. Si limita a riordinare il racconto quando cambia la pianta del tavolo.
Il pruriginoso come rito sociale
Il pruriginoso nasce così. Non dal fatto, ma dalla sua improvvisa raccontabilità. È una forma di intrattenimento civile: non sporca le mani, ma gratta abbastanza da dare soddisfazione.
Non serve capire.
Serve commentare.
Serve sentirsi seduti dalla parte giusta mentre qualcun altro viene raccontato.
Il pruriginoso non è scandalo, è costume. Una carezza data al senso morale mentre si spia dal buco della serratura.
Dalla provincia al nazionale
Ora basta allargare il perimetro, cambiare scenario, moltiplicare i riflettori. La dinamica resta identica.
Le presunte corna di Paolo Bonolis, tornate a circolare dopo il libro di Lucio Presta, funzionano esattamente come una storia di San Bartolomeo, solo con più follower. Tradimenti raccontati, elenchi suggeriti, dettagli che non spiegano nulla ma rendono la storia più gustosa.
La protagonista perfetta è Sonia Bruganelli. Antipatica quanto basta, divisiva per definizione, soprattutto non più protetta. Il mix ideale per far scattare l’autorizzazione collettiva: adesso se ne può parlare.
Antipatica, quindi esponibile
In provincia è una regola antica: l’antipatia è una licenza morale. Se non piaci, puoi essere raccontata senza sensi di colpa. Non è cattiveria, è costume. Non è accanimento, è “cronaca”.
Così il tradimento smette di essere un fatto privato e diventa un genere narrativo. Non importa se sia vero, né se sia rilevante. Importa che funzioni, che faccia prudere, che consenta a chi guarda di sentirsi momentaneamente dalla parte giusta del tavolo.
Il tradimento è solo il pretesto.
Il vero piacere è l’esposizione.
Il vero peccato
Il punto non sono le corna. Quelle esistono da sempre e continueranno a esistere con o senza libri, interviste o smentite. Il vero peccato, in provincia come in televisione, è perdere il posto.
Finché sei seduto lì, tutto è discrezione.
Quando ti spostano, diventi argomento.
Quando non sei più invitato, diventi racconto.
Ed è in quel momento che la storia, finalmente, esce dalla cucina e arriva in sala.
Finale
Le corna di Paolo Bonolis non spiegano niente del matrimonio, della separazione o delle persone coinvolte.
Spiegano però benissimo un Paese che funziona come una grande provincia:
cordiale finché conviene, moralista quando serve, attentissimo a chi è ancora seduto al tavolo.
Perché il vero scandalo non è cosa succede sotto la tovaglia.
È chi resta invitato a cena.
Scrive Pussy Galore.
Che il costume lo osserva da sempre nello stesso modo: guardando chi mangia, chi serve e chi, a un certo punto, resta in piedi.