C’è talmente tanta bellezza in giro che ormai nessuno sa più dove parcheggiarla.
Bellezza in fiore, che entra in una stanza come se fosse primavera anche a novembre.
Bellezza stagionata, che non chiede sconti e non ha più voglia di spiegarsi.
Mezza bellezza, che dipende dalla luce del bagno, dall’umore e da chi hai davanti.
C’è bellezza che rende solo da ferma e bellezza che, se cammina, vince tutto.
Bellezza da social e bellezza da bar alle sei del pomeriggio, quando non è prevista nessuna epifania e invece succede.
Talmente tanta che gli uomini, poverini, si sono confusi.
Guardano tutto, scelgono niente. Come davanti a Netflix dopo quaranta minuti: alla fine restano sul divano.
Nel frattempo, le donne osservano.
Perché sì, diciamolo con grazia e un filo di perfidia: la competizione femminile esiste.
Non è sempre feroce. A volte è solo un sopracciglio che si alza.
Un silenzio strategico.
Un “ah” detto nel modo giusto.
Ci guardiamo.
Ci misuriamo.
Ci annusiamo come gatte molto educate che fingono indifferenza ma hanno capito tutto.
Ed è lì che io penso:
se io fossi un uomo, anche solo per una settimana, farei dei danni educatissimi.
Niente scenate. Niente pose.
Solo scelte fatte davanti a testimoni.
Li vedo, questi uomini contemporanei.
Seduti al tavolo, menu aperto, aria concentrata come se stessero valutando un mutuo trentennale.
«Prendiamo due calici?»
Sempre due.
Due è il numero perfetto per non dire niente a nessuno.
Due è “sono qui ma potrei anche no”.
Lei: «Perché due?»
Lui: «Così assaggiamo.»
Assaggiamo cosa, il carattere?
Nel frattempo, al tavolo accanto, le altre donne guardano lei.
Non lui.
Lei.
Perché il punto non è il vino.
È capire se qualcuno sta scegliendo o sta solo prendendo tempo.
Se io fossi un uomo direi:
«Una bottiglia.»
Lei: «Ma poi magari non la finiamo.»
Io: «Sopravviveremo.»
E già lì succede qualcosa di interessante:
una donna viene scelta, le altre registrano.
Nessuna scenata. Nessun dramma. Solo consapevolezza diffusa.
Perché non è questione di vino.
E non è questione di automobile.
È questione che su quell’automobile tu salga con un’idea chiara, non con una domanda.
Che tu dica:
«Vieni.»
Non: «Dimmi tu», come se il desiderio fosse una riunione di condominio.
Se io fossi un uomo direi frasi oggi considerate da cinema d’epoca:
«Vieni con me.»
«Ci penso io.»
«Sei mia.»
E no, non serve lo sguardo di Clark Gable in Via col vento.
Serve dirlo senza ridere subito dopo.
Senza correggersi.
Senza chiedere conferma al tavolo vicino.
Fateci sentire irresistibili nei giorni sbagliati.
Quando siamo in tuta.
Quando abbiamo dormito poco.
Quando diciamo:
«Oggi non mi piaccio.»
E voi rispondete, semplici:
«Sei pazzesca.»
Non carine.
Non interessanti.
Non “che bel cervello”.
Fighe.
Fateci sentire fighe quando non stiamo gareggiando.
Quando il jeans tira un po’.
Quando l’umore è a metà.
Quando non siamo pronte per essere guardate e invece succede lo stesso.
E sì, fatecelo sentire anche davanti alle altre donne.
Perché la competizione femminile non è cattiveria: è scena.
E niente rende una donna più interessante di un uomo che sceglie senza guardarsi intorno.
Non è questione di ristorante.
Non è questione di vino.
E no, non è nemmeno questione di automobile.
È questione che, su quell’automobile, non sembriate in leasing emotivo.
Che non chiediate ogni volta dove andare.
Che non guidiate con una mano sul volante e l’altra pronta a scendere.
Basta poco:
sapere dove state andando
e chi avete fatto salire.
Il resto è tappezzeria.