Abruzzo, dg Rivera: in pochi mesi abbiamo fatto miracoli, non tutti reggono certi ritmi


Intervista di Impaginato.it al potente direttore generale della regione. Che da solo gestisce un miliardo


di Ilaria Proietti
Categoria: ABRUZZO-ITALIA
15/06/2017 alle ore 06:39



Entro l’estate diventerà, a tutti gli effetti, direttore generale della regione Abruzzo. Vincenzo Rivera un titolo nobiliare portato con autoironia (“non ho le palle, nella corona”) e la determinazione del primo della classe, è già da tempo un uomo chiave dell’amministrazione presieduta da Luciano D’Alfonso. In pochi mesi ha bruciato le tappe che lo hanno portato a sostituire Cristina Gerardis. Che ha scelto di andare a lavorare a Roma con il potente ministro dell’Agricoltura e maggiorente dem, Maurizio Martina. Sostituirla è stata operazione assai semplice per D’Alfonso. Che nutre per Rivera, già capo di gabinetto di Ottaviano Del Turco, una stima quasi incondizionata. Almeno pari a quella che il ‘marchesino’ (come scherzano ma non troppo amici e nemici di Rivera) riserva a chi per due anni se l’è tenuto stretto misurandolo in maniera “millimetrica” e soprattutto mettendolo alla prova in uffici strategici e strettamente fiduciari.

“Il presidente D’Alfonso ha saputo riportare l’Abruzzo ai tavoli romani che contano. La regione ha recuperato credibilità. Magari altri territori avessero uomini dotati di una visione come nel suo caso” dice Rivera in uno slancio di ammirazione quasi spiazzante. Pare mancargli il distacco del civil servant, che per definizione è ossequioso alla causa ma indifferente al comandante in capo di turno. E invece quando gli si chiede del fuggi fuggi registrato tra i fedelissimi di D’Alfonso risponde subito di pancia: “si lavora molto e probabilmente non tutti reggono certi ritmi”. Poi con modi più accomodanti che ne tradiscono i natali, aggiunge: “Io comunque non credo ci sia un fuggi fuggi. Sono scelte personali, è fisiologico”.

Poi di nuovo torna la pancia e l’orgoglio quando rivendica il lavoro fatto in questi mesi: “In poco tempo abbiamo fatto bandi per 200 milioni di euro più che quintuplicandoli. Bisogna accelerare questo processo a cui seguirà un’accelerazione del processo di spesa”. E ancora. “Negli anni la regione ha anticipato 150 milioni sulle infrastrutture e non si è riusciti ad attestare la spesa e a certificarla in modo da ottenerne da Roma la restituzione di queste cifre: ebbene, in quattro mesi, mettendo sotto pressione gli uffici, ho attestato 84 milioni per i quali ci sarà un ritrasferimento alla regione da parte dell’Ispettorato del ministero dell’Economia. Analogamente è partita in queste ore una richiesta per altri 37 milioni e conto di attestarne altri 47 entro luglio. Chi mi ha preceduto, dal 2007 ad oggi – specifica affinché nessuno si senta offeso - , non c’era riuscito”. Ma non sembri immodestia: “La mia è fortuna più che capacità”, si schermisce ricordando che si tratta di un lavoro “corale: vorrei ricordare tra tutti l’impegno di Elena Sico”.

E poi riprende, sempre a testa bassa. “Il nostro pil è l’87,5 per cento della media europea. La regione tra le altre in transizione è quella messa meglio. L’obiettivo è quello di dare piena attuazione, avviando tutte le attività di spesa, al patto per l’Abruzzo che vale 1,5 miliardi di euro” dice entusiasmandosi di fronte alle prospettive che lasciano immaginare una nuova età dell’oro per l’Abruzzo. Un fiume di soldi che lui è abituato a trattare. Non senza polemiche, infatti, è responsabile della gestione dei fondi europei Fesr (230 milioni) e del fondo sociale europeo Fse (che vale altri 142 milioni) oltre che dell’organismo di programmazione dei Fondi nazionali dello Sviluppo, per altri 753 milioni. E che è un pezzo fondamentale dell’arcinoto Masterplan che il governatore D’Alfonso nomina ad ogni piè sospinto. Per farla breve Rivera gestisce una partita che in totale vale un miliardo. E a cui non intende rinunciare.

E qui la domanda è d’obbligo: esiste infatti un divieto formale di cumulare tale incarico di gestione con il ruolo di autorità anticorruzione che la legge regionale attribuisce ‘de plano’ al direttore generale. “Proprio in ragione di questa incompatibilità- dice comprendendo la situazione imbarazzante in cui involontariamente versa - non sto esercitando la funzione di autorità anticorruzione. Se dovessero pervenire segnalazioni, dunque, mi dovrei astenere e nominare contestualmente un vicario per un intervento ad acta. Ma credo che a brevissimo questo cortocircuito verrà rimosso: fra dieci giorni il consiglio regionale esaminerà una proposta di modifica della legge. Che spalancherà le porte all’individuazione dell’autorità anticorruzione in un organismo terzo (probabilmente l’Avvocatura regionale) e non più in chi riveste il ruolo di dg. Se non se ne dovesse far niente però io non avrei dubbi: dovendo scegliere tra la carica di direttore generale e autorità di gestione opterei per quest’ultima. Specie per la possibilità di avere una dimensione ed un confronto di respiro europeo”. Come dargli torto.