Donald Trump non è Abramo Lincoln, ma l'America rischia la guerra civile



di l'innocente
Categoria: CapoVerso (rubrica innocente)
02/11/2020 alle ore 16:31



Contro Donald Trump. Per Donald Trump. È solo questo il motivo che sta spingendo gli americani ad andare a votare. Niente elefante e niente asinello. Solo contro o per. Un po’ come avvenne conAbramo Lincoln, con le ovvie differenze di contesto storico e di statura politica.

L’America si divide, si fronteggia e si odia come mai piu’ era accaduto dai tempi della Secessionedegli Stati Confederati, guidati dal democratico Jefferson Davis, contro colui che fu il simbolo dell’Unione e primo presidente repubblicano.

È chiaro che il paragone con Lincoln possa apparire spropositato, eccessivo. Tuttavia può servire a far capire cosa stia davvero bollendo nel pentolone della superpotenza planetaria che si appresta ad eleggere il suo 46esimio presidente.

Di sicuro, con tutto quello che è accaduto e sta ancora accadendo, è proprio difficile immaginare che le elezioni si concludano con the Donald sconfitto e archiviato in tutta fretta. 

E, ove la spuntasse, è ancor più difficile ipotizzare che il marito di Melania soprassieda dall’eliminare da ogni centro decisionale federale coloro che gli hanno remato contro.

La realtà, se la si vuol cogliere, ci dice che sono così giganteschi gli interessi in campo che stavolta la quiete potrebbe arrivare solo dopo una devastante tempesta.

Col di più di CinaRussiaIranIsraeleArabia SauditaTurchiaNord Corea e quant’altro che se ne stanno a guardare e a soffiare, ognuno per se, sul braciere ardente a stelle e strisce.

Le rilevazioni più serie e non foderate di ideologia, oltre a non dare nulla per scontato nella corsa alla Casa Bianca, chiariscono che le contrapposizioni sociali e razziali sono oramai ad un livello tale da non consentire più a nessuno di scartare come ridicola o impossibile una ipotesi di “civil war”.

Come sempre accade nella Storia umana, un casus belli può manifestarsi dietro l’angolo. All’improvviso. E quel che fu un secolo e mezzo fa l’incidente di Fort Sumter domani potrebbe essere il negato riconoscimento della vittoria.

Una miccia capace di innescare i gruppi armati (di cui in pochi parlano!), che già si fronteggiano e si sfidano, e che a sua volta potrebbe attizzare rivolte ben più ampie e incontrollabili.

Nella Nazione con più armi pro capite del pianeta, i gruppi paramilitari proliferano, non si nascondono e si preparano allo scontro.

Non solo i Proud Boys, che dichiarano fedeltà al Tycoon, armati di tutto punto, ma anche le milizie nere, altrettanto determinate (e armate) che agiscono a supporto dei movimenti antagonisti Black Live Matter e Antifa’. 

Con media e social schierati come mai e con l’incomodo di un virus pandemico, il confronto è tra due mondi talmente opposti da apparire inconciliabili.

Da una parte l’America profonda dei coloni e dei farmer, quella fiera e aspra dei minatori e dell’industria petrolifera, che crede di aver trovato in Trump, giusto o sbagliato che sia, il suo punto riferimento.

Dall’altra, quella del Deep State e dell’establishment socio economico e finanziario, quella deiBush e degli Obama, dei Clinton e dei Romney, dei Soros e dei Bloomberg, che gli è implacabilmente avversa, ms che non ha trovato niente di meglio di Joe Biden

160 anni fa, all’avvocato di Hodgenville che poi condusse anche l’Unione alla vittoria fu sufficiente il sostegno del Nord. Oggi la partita si gioca tutta negli Swing States. 

Ecco perché il paragone, imprudente fin che si vuole, non deve apparire scorretto. Questo 3 novembre non è davvero un’elezione come le altre. L’America che si divide e si odia vota solo perTrump o contro Trump. Come fu con Lincoln.