Qui Marcozzi: rabbia e delusione. Ma nessuno recita il mea culpa...


Gli abruzzesi non si sono fidati: gli esempi sciagurati di Roma e Torino sono lì in bell'evidenza, più pesanti di critiche o di titoli sgraditi


di Raffaele de Pace
Categoria: ABRUZZO-ITALIA
11/02/2019 alle ore 13:45



Il crollo grillino era nell'aria, nonostante la comparsata di Alessandro Di Battista sulla scena politica, che alla fine ha danneggiato il M5s, elevando al cubo la retorica anti sistema (mentre invece occorreva un impasto fatto di competenza e pragmatismo).

Sta di fatto che la forza gentile di Sara Marcozzi si è persa non solo in quell'icona della Vuitton (con strapuntino canino incorporato), ma soprattutto nella incapacità di dare sicurezza amministrativa all'elettorato.

L'Abruzzo è una terra complessa e con mille problemi: gli esempi sciagurati di Roma e Torino sono lì in bell'evidenza, più pesanti di critiche o di titoli sgraditi, a dimostrare che il nuovo spesso non sa da dove iniziare. Non si dimentichi il trend nazionale: le presenze sul territorio di Luigi Di Maio non hanno contribuito a far crescere la fiducia nella Marcozzi (compagna di un membro del suo staff ministeriale): il risultato è il 20%, che cozza con i numeri strabilianti del 4 marzo.

Certo, le regioni sono altro rispetto al governo nazionale ma rappresentano un rispettabile termometro che in questo caso è un sintomo di malanno.

Al M5s sta mancando la fase tre della sua vita politica, in assenza della quale potrebbero aprirsi le porte dell'oblio.

Il primo passo nel 2013 fu la penetrazione nei palazzi del potere romani e nei consigli regionali e comunali. Il secondo nel 2018 la scalata al governo. Ma se il terzo passo non sarà quello della proposta programmatico-amminstrativa e invece resterà imbrigliato in una retorica vuota come certi curricula, allora ci sarà poco da fare: all'orizzonte, se qualcosa nel frattempo non dovesse cambiare, si profilerebbe la chiusura di questa parentesi così anomala anche se rivoluzionaria nella storia politica italiana.

Per dirne una: il M5s sostiene che non fare la Tav porterà quei denari alle ferrovie regionali. Non sanno che sono soldi europei che tornerebbero all'Ue e non ai ministeri italiani.

Urlare alla luna funziona (come la ministra Lezzi contro la Tap) fino a quando si prendono i primi voti. Poi, come insegna la storia della Lega dal 1990 a ieri notte, occorre limare, sfumare e correggere.

 

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