Dalfy chiedi scusa: pioggia di mail



di Lilli Mandara
Categoria: Maperò
06/07/2017 alle ore 09:35



Caro Presidente: è una delle tante, tantissime lettere arrivate sul computer del presidente della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso dopo l’episodio delle Ombrelline. A firmarla Loredana Bradipino: una trentina di righe che raccontano l’indignazione delle donne, la sorpresa, l’incredulità e la tristezza per quelle ragazze costrette a riparare la testa dei relatori. E che invocano le scuse pubbliche del governatore. Ma non è l’unica. A prendere posizione è anche Dacia Maraini:

 “Una fotografia penosa, che dà l’idea di una servilità femminile: donne che coprono, proteggano, aggiustano le cose con un atteggiamento servile. Gli uomini potevano tenersi gli ombrelli da soli”.

“Un’immagine penosa di donne servili – sottolinea Maraini – iconograficamente si ha questa impressione, poi la realtà è sempre più complessa di quello che sembra. Le istituzioni, però, non sempre danno buoni esempi e questo è uno di quelli. L’Abruzzo, invece, è un territorio in cui ci sono realtà molto avanzate ed è sbagliato dare questa immagine”.

E parla della “trasparenza terrificante” con cui il presidente ha esibito tutta “l’arretratezza del suo pensiero in fatto di rispetto”, la lettera della Bradipino. No, non solo in fatto di donne. Ma di rispetto allargato.

“In quello scatto c’era mancanza di rispetto: per sé, ancor prima degli altri. Perchè un presidente di una Regione (l’Abruzzo, noto per la fierezza e l’integrità di chi lo popola) non avrebbe mai e poi mai consentito che alcuni esseri umani, per quanto bisognosi di lavorare, sarebbero stati usati come palo reggi-ombrello, riproponendo un cliché odioso e denigrante, ancor più in un momento storico dove a fatica, ancora tanta, le donne arrancano per occupare uno spazio vitale e sociale adeguato alla loro dignità, e in cui qualcuno invece, col suo avallo, ha osato pensare di esibirle come “cosa” su un pubblico pulpito”.

E va avanti la lettera, spiegando che la mancanza di rispetto è anche

“nei confronti delle stesse lavoranti, ammesso che il palo reggi-ombrello possa essere considerato un mestiere (ricalcante certe pratiche dei colonizzatori che usavano esseri umani per farsi trasportare o per farsi arieggiare). Ma anche per chi era lì. Il ministro, il rettore, hanno gradito? O hanno superato l’imbarazzo con un po’ di maschilista vanità e sprezzo?”

“Io mi auguro che le donne (ma non solo) della sua vita e delle vite di quei suoi ospiti abbiano la forza di sopportare la vostra arretratezza e di insegnarvi che 30 secondi di scuse al mondo sarebbero stati più convenienti, anche per i ruoli da voi ricoperti in questa strapazzata società, che tacere e procedere nella becera scenetta, ricoprendo voi stessi, la Regione Abruzzo, l’Italia tutta e le donne e gli uomini di ridicolo”.

Rimpiango, aggiunge la Bradipino,

“i tempi delle corna esibite con infantile stupidità da un altro presidente che, al massimo per l’esposizione mediatica che aveva, colpiva di ridicolo solo se stesso. Invece lei, che fino a oggi viveva nel limbo di un rassicurante anonimato, è salito agli onori di una vergognosa ribalta, portandosi purtroppo dietro l’Italia tutta”.

E ieri sulle pagine del Corriere della Sera ha parlato anche una delle Ombrelline, Daniela Ortolano, 29 anni, iscritta al terzo anno di Economia a Pescara:

“Sabato mattina c’era un gran sole – racconta Daniela, che reggeva l’ombrello al docente di Sociologia economica dell’Università delle Marche, Carlo Carboni – poi però all’improvviso il cielo si è oscurato e ha cominciato a piovere, prima una pioggerella sottile poi una più fitta, fino a diventare scrosciante e allora noi che stavamo all’accoglienza, abbiamo pensato di intervenire, perchè il palco non aveva la copertura e tutti i relatori avevano le mani già impegnate con fogli, penne, microfoni”.

In effetti una delle prime a precipitarsi sul palco munita di ombrello sembra sia stata proprio Marianna, la segretaria del presidente D’Alfonso, da poco promossa dirigente. 

“Noi siamo tutte volontarie – garantisce Daniela – e non siamo pagate, lo facciamo per passione. Davamo una mano già ai tempi del comitato elettorale di D’Alfonso, con lui negli anni è nato un rapporto di amicizia e di stima. Insomma, quando ha iniziato a piovere non abbiamo minimamente pensato che si potesse scatenare un pandemonio simile. Nessuno ci ha ordinato di farlo. Il nostro staff è comporto da 35 giovani e 23 siamo donne. Ora non mi sento umiliata. In fondo non ho fatto niente di male. Alla fine del convegno siamo rimaste a pulire le sedie bagnate, a riporre nelle scatole e i pass. Chiamateci pure ombrelline, ma a noi piace vivere col sole in fronte”.

Una intervista che ha suscitato ancora più sdegno. Durissima la risposta di Deborah Dirani sull’Huffington post:

“Cara Daniela, il fatto che tu non ti senta umiliata ad aver fatto da portaombrelli mi rincuora assai. Sono sempre felice dell’inconsapevolezza dei personaggi di storie di dubbio gusto come quella di cui, assieme alle tue colleghe volontarie, ti sei resa protagonista. Quello che mi preoccupa – continua la giornalista – è che nel 2017 una donna di 29 anni ritenga del tutto naturale prendersi delle secchiate d’acqua per tenere all’asciutto la testa di un uomo. Mi preoccupa al punto che, se mi mandi il tuo indirizzo, cara Daniela, ti spedisco a casa una biblioteca intera di Simone De Beauvoir, Emma Goldman e, guarda, ci butto dentro pure Sylvia Plath, Doris Lessing e Virginia Woolf. Perché il punto non è tanto reggere l’ombrello, ma la consapevolezza di cosa quel gesto rappresenti nell’immaginario collettivo di un paese in cui le donne possono ambire al potere solo in nome delle “quote rosa”.

Un paese in cui la presidente della Camera, in ogni sua pubblica uscita, sostiene l’Huffington Post, viene dileggiata per il suo aspetto, il suo stile, attaccata per le sue idee ma non su un piano politico, bensì su quello del trivio, ha bisogno di consapevolezza, almeno ha bisogno che le sue donne ne abbiamo in quantità.

“E tu, a 29 anni, col tuo stupore sei il manifesto di quanto poca ce ne sia. Di quanto risulti normale per molte donne, accettare di vivere tre passi indietro rispetto a un uomo. Di quanto risulti scontato per molte donne prendersi delle secchiate d’acqua (e “shut up and be beautiful!”) pur di tenere il maschio di turno al riparo dallo schizzo di una goccia”.

Ancora più grave insomma, proprio perchè Daniela non regge ombrelli per mestiere, più grave che lo facesse da volontaria.

“Peggio mi sento. Fossi stata costretta a quel ruolo di statuina parapioggia dalla necessità di mettere assieme il pranzo con la cena e non ti ci fossi potuta sottrarre, passi pure. Non dico che non sarebbe stato grave, ma almeno avrebbe avuto uno scopo, cinico e materialistico, certo, eppure più accettabile: d’aria e d’amore non campa nessuno, al di là del romanticismo e al di qua della fame”.

Grave ancor di più leggere che la ragazza non si è sentita umiliata:

“Cosa potrebbe, infine, convincerti che se tu per prima non ti rendi conto del male che fa alle donne vederti tutta contenta del ruolo di portaombrelli del potere maschile, quelle come me devono rassegnarsi a lottare anche per te col rischio anche di passare per talebane delle sottane? Non so, Daniela, partiamo dalle basi: butta Cenerentola e prendi “Il voto alle donne: polemica in famiglia per la propaganda del suffragio universale in Italia”. E buona lettura”.

Ps: insomma, dall’intervista del Corriere si apprende quindi che le ragazze, oltre a fare le Ombrelline, hanno dovuto pure pulire le sedie e riporre i pass. E chissà cos’altro. Quindi la kermesse, costata secondo la Regione 40 mila euro del Fondo sociale europeo, non prevedeva l’impiego di personale addetto all’accoglienza. Nè, a quanto pare, la dotazione di un tendone decente che riparasse dal sole e dalla pioggia (il palco era coperto, ma forse il tendone non era all’altezza). A voi le conclusioni.

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