Il tramonto "della Manica" tra pasticcio Brexit e foga libica


May e Macron incarnano la crisi dello zoccolo duro europeo e anche di una certa spocchia franco-britannica


di Francesco De Palo
Categoria: Francesco De Palo
14/09/2018 alle ore 09:34

Tag correlati: #depalo#kosmondo#macron#may

Si potrebbe ribattezzare il tramonto “della Manica” quel mix di circostanze, strategie e falle (anche personali) che hanno portato Londra e Parigi a vivere una fase di oscurantismo politico e geopolitico. 

Il dossier Brexit ancora lontano dall'essere licenziato si somma alla confusione di cui sembra essere preda il governo Macron: i frutti di questa doppia criticità si ritrovano alla voce emarginazione per gli inglesi e confusione per i francesi. Ma andiamo con ordine.

Sulla Brexit ci sono pochi punti fissi e molte questioni ancora aperte: in caso di "no-deal Brexit" quanto dovrebbe pagare Londra e l'universo che le gira attorno? Ancora un mese fa si attendeva la stima commissionata dalla premier May sulle conseguenze di un no-deal per libertà di circolazione, bollette, documenti.

Ma nonostante i costi elevati dell'uscita dal club dell'Ue, il sistema politico inglese è disposto a far cadere il governo pur di evitare un accordo con le stanze di Bruxelles.

Insomma, la parola d'ordine è incertezza, il peggio che possa capitare per cittadini e imprese, desiderosi di una parola definitiva, in un senso o nell'altro.

Diceva la poetessa Eroca Jong “Vivi o muori, ma per amor di Dio non avvelenarti con l'indecisione.”

Salpando da Dover e a Calais non c'è aria diversa, anzi. Il colpo di teatro grillino di Emmanuel Macron che propone un reddito di dignità entro il 2020 sarà un altra spallata alle finanze transalpine che non godono di buona salute.

Già di difficile comprensione per chi invece ritiene che i denari pubblici vadano spesi per costruire fabbriche e creare posti di lavoro (non per pagare chi resta sul divano di casa, fatta eccezione per i veri poveri, ma quelli veri), il risultato non potrà calmierare le proteste dei francesi che oggi lo trovano insopportabile.

Ma, se possibile, c'è di più: il caos libico tanto sette anni fa quanto oggi porta la firma di Parigi. Sino alla scorsa primavera sembrava che l'affaire libico si fosse davvero incanalato su binari più solidi e magari davvero destinati a nuove urne. Nel mezzo sono accaduti alcuni fatti.

La salute precaria del generale Haftar, l'uomo forte della Cirenaica, la possibilità che il dialogo intrapreso con tribù e capibande possa essere stato stoppato dalla spocchia dell'Eliseo, che ad un certo momento avrebbe deciso di giocare la propria partita e solo quella.

Non comprendendo come in quel fazzoletto di sabbia e mare che si chiama Libia per capirci qualcosa, come prima prerogativa, bisogna dimostrare di saper stare al mondo, cosa che ultimamente Macron ha dimostrato di non sapere fare granché.

Non è stato dimenticato inoltre lo sgarbo all'Italia quando c'era Gentiloni premier, con la conferenza di Parigi promossa in fretta e furia senza la presenza di Palazzo Chigi, dopo che l'allora Presidente Usa Obama aveva esortato Roma a farsi regista di una nuova fase in Libia.

O il controllo asfissiante del territorio con gli stessi militari che nel 2011 decisero per una svolta di cui, ancora oggi, si raccolgono a fatica tutti i cocci.

 

twitter@ImpaginatoTw