L'esperimento delle regionali d'Abruzzo e lo specchietto retrovisore azzurro


L'annuncio della Lega di correre in solitaria (copiato poi da Fi) è stato una sopresa solo per chi non ha ancora compreso cosa dice la gente


di Paolo Falliro
Categoria: ABRUZZO
12/08/2018 alle ore 18:58

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Un giorno qui, un altro lì. E poi i vertici serali, i veti che, prima di altri, sono stati messi proprio da chi oggi se ne duole. 

La partita per le regionali d'Abruzzo si sta complicando anche per i ruoli che vari attori (protagonisti e non) stanno giocando con premesse e proposte diverse.

Come da tempo abbiamo osservato ben prima del caso Foa, le dinamiche nazionali hanno trovato in Abruzzo una cassa di risonanza che ne stanno perimetrando obiettivi e prospettive.

L'annuncio della Lega di correre in solitaria è stato una sopresa solo per chi non ha ancora compreso cosa dice la gente, cosa pensano commercianti e pensionati, cosa si mormora non nei circoli del tennis o nelle feste privatissime (piacevoli, intendiamoci): ma nei mercati, nelle piazze dei borghi marsicani, negli alberghi abruzzesi vuotissimi, sul Morrone dove ci si lecca ancora le ferite dei fuochi, sotto Rigopiano, a Bussi e nelle stazioni ferroviarie dove si va sull'asino anziché sull'alta velocità.

E' lì che è maturata la trasformazione 2.0 di schemi e alleanze, fughe in avanti e passi indietro. I veti in verità non sono stati posti dalla Lega, ma da quella Forza Italia che sta scivolando sotto il 10% nei consensi e non si interroga del perché.

Un dirigente milanese di peso (ovvero con molti voti) del partito pare sia andato ad Arcore ad annunciare l'addio e anziché (come accadeva sino a pochi anni fa) essere convinto a cambiare idea si sarebbe sentito rispondere: “Ti capisco”.

I presupposti fantasiosi e strumentali, che arrivano ogni tre giorni, almeno stando alla situazione di oggi, sono da condannare negli atteggiamenti di chi gioca a perdere le regionali. Il centrodestra classico è entrato in crisi non per colpa di Fini, Alfano, Fitto, Casini, Parisi, Scajola (e chi più ne ha più ne metta): ma per il semplice fatto che nulla è immobile ed Eraclito se ne è accorto prima dei vassalli provinciali di turno.

Una fase si è chiusa nella politica italiana e, almeno fino a quando il quadro non sarà più chiaro, si procede per esperimenti e prove di nuovi schemi. Chi si illudeva che i cittadini guardassero ancora con fiducia a chi si è fatto l'Air Force One pagato dagli italiani, a chi ha riempito il Parlamento di dame e cortigiani, a chi ha fatto di Lampedusa un lazzaretto indegno, a chi ha permesso che il grano al glifosato invadesse la penisola, a chi ha bluffato condannandoci alle clausole di salvaguardia, semplicemente ha sbagliato.

E oggi coglie i frutti anche di un altro grande vulnus politico: l'assenza del mega leader che, fisiolgicamente o colposamente, non c'è più. Ma quando Forza Italia osserva che “ripartiamo dalla vittoria del 4 marzo alle politiche per confermare una supremazia reale e concreta” commette un altro errore, se è lecito evidenziarlo.

Il 4 marzo è stato lo spartiacque storico della terza repubblica che, a torto o a ragione (questo lo diranno i posteri), ha inaugurato una fase del tutto inesplorata, con nuovi mari da solcare. Rimestare nel torbido dei teatrini di ieri non serve: oggi la Lega guida con la choche di chi è consapevole del proprio trend.

Ignorarlo è da ingenui, come è da ingenui non capire che reiterare gli errori del passato (qui il pasticcio di Teramo, e a Roma le larghe intese nazarene che gli elettori hanno dimostrato di non capire) è da sindrome tafazziana. Oltre che da miopia politica a cui, un vecchio saggio della politica italiana, avrebbe risposto con uno scappellotto dietro la nuca per far svegliare il capetto di turno.

Cari partiti, lo ripetiamo: rileggete Tatarella...

 

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