Dalfy, dimissioni a rate - Ricevuta ieri la raccomandata di Gasparri


Ormai in Abruzzo (e al Senato) la cosa è diventata una barzelletta, anzi una vergogna


di Lilli Mandara
Categoria: Maperò
09/08/2018 alle ore 11:34

Tag correlati: #abruzzo#dalfonso#impaginatoquotidiano#mandara

Piano piano, senza fretta. Oggi, e non più ieri, Luciano D’Alfonso si dimetterà. Anzi, chissà: per lui la parola “dimissioni” è tabù tanto che ha annunciato per oggi una conferenza stampa nella sala “Filomena Della Castelli” a Pescara “per illustrare l’attività svolta nei 50 mesi di legislatura” e contemporaneamente illustrerà la delibera di giunta in cui si sancisce “il passaggio di consegne e la comunicazione con cui egli conclude l’esperienza di governo alla guida della Regione Abruzzo, attivando la dedizione esclusiva quale senatore della repubblica”.

Di dimissioni, ancora niente. Eppure, di tempo non ne ha: Maurizio Gasparri, il presidente della Giunta per le elezioni ha comunicato che ieri Dalfy ha ricevuto la famosa raccomandata in cui viene invitato a optare entro tre giorni, tra l’incarico di senatore e quello di presidente, “a causa dell’incompatibilità tra i due incarichi, sancita dalla Costituzione”. Quindi ha tempo fino a domani per dimettersi.

Anche se il tentativo sarà quello di spostare le elezioni a maggio, con la scusa di razionalizzare i costi. Come se la responsabilità dello scioglimento anticipato della legislatura non fosse del presidente che si è candidato senatore. Nelle foto sotto, Dalfy detta le ultime volontà da presidente di Regione durante la giunta che si è tenuta ieri sera.

Tanto, le modifiche alla legge elettorale, quelle che stavano a cuore al centrosinistra, sono state approvate. Per fortuna è stata ritirata la modifica che prevedeva l’innalzamento della soglia all’8 per cento per evitare alle liste civiche (e non solo) non aggregate alle coalizioni l’ingresso in Consiglio regionale. Mentre ieri mattina in aula è stato approvato l’emendamento che dà la possibilità ai sindaci che vogliano candidarsi alla Regione di decidere entro 45 giorni a partire dallo scioglimento dell’assemblea (ora sono 7): la norma, battezzata pro-Legnini (ma l’attuale vice presidente del Csm non dovrebbe avere alcuna intenzione di immolarsi sull’altare del Pd), è passata liscia, con la sola opposizione del centrodestra, mentre i pentastellati sono rimasti a guardare.

Approvata anche la surroga per i consiglieri regionali che diventano assessori, norma cara al centrodestra, che consentirà l’aumento dagli attuali 31 a 35 consiglieri, senza costi aggiuntivi, dicono, per le casse della Regione.

E’ stata una notte caldissima, quella del Consiglio regionale, in cui le polemiche per le modifiche alla legge elettorale hanno raggiunto le stelle: sì, proprio così, i 5 stelle. Secondo Silvio Paolucci, l’ostruzionismo dei grillini sulla norma pro-Legnini ha riguardato solo un aspetto, “la difesa di un ingiusto seggio in più”, e non quello che allungava i termini di scelta da 7 a 45 giorni. In pratica, secondo Paolucci, l’attuale legge ha un bug che ha permesso nel 2014 ai 5 stelle di avere lo stesso numero di consiglieri di Forza Italia, nonostante avessero preso 53.485 voti in meno. Il Pd insomma, avrebbe voluto eliminare questo bug e consentire una “giusta ripartizione dei seggi” tra i consiglieri ma ciò non è stato possibile.

ps: A questo punto, oggi si saprà quanta melina è disposto ancora a fare il presidente-senatore per consentire al Pd di andare al voto il più tardi possibile.

 

twitter@ImpaginatoTw