Il risiko mediorientale che (l'abruzzese) Pompeo vuole vincere


Il Segretario di Stato Usa tra Ryad e Tel Aviv mette al centro del mirino il dossier nucleare iraniano. E a Netanyahu promette che...



Dopo Ryad, Tel Aviv. Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo (di chiare origini italiane, è infatti mezzo abruzzese) ha deciso di accelerare. E non solo per sorpassare, a destra, chi si sta mettendo di traverso a Washington ma soprattutto per cambiare pelle alla politia estera Usa in questo primo anno di Trump alla Casa Bianca (dove di cambiamenti, sostanziali, se ne sono visti in verità nella squadra di governo).

Primo punto all'ordine del giorno l'Iran. Di fronte ai sauditi ha detto che l'accordo sul nucleare nel suo stato attuale “non è sufficiente per frenare l'Iran e ottenerne moderazione”. Per cui il passo successivo, allo stato delle cose, è uscire da quell'accordo se non si riesce a modificarlo. Questa la posizione della Casa Bianca: ovvero l'Iran con tale direttrice contribuisce alla destabilizzazione della macro regione e offre alle milizie locali una sponda che si somma agli attacchi hacker.

Ulteriore conferma di questa “strattonata” che la nomina di Pompeo ha prodotto si ritrova nella successiva tappa del segretario: dopo Ryad, Tel Aviv dove il fronte caldo palestinese non accenna a stemperarsi. Altro segnale: si tratta di una visita in cui Pompeo non ha incontrato un singolo rappresentante palestinese.

Ma se fino a tre anni fa l'idea dell'intermediazione con Washington era concreta, adesso la decisione del presidente Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele, e quindi trasferirvi l'ambasciata Usa, è vista come fumo negli occhi dai palestinesi, che attivano tutte le contromisure del caso. Altro che processo di pace israelo-palestinese, come ha detto al New York Times il dirigente dell'Olp Xavier Abu Eid ("Non c'è niente da discutere").

Ma il dossier è oggi passato in secondo piano: la nuova priorità è l'Iran perché porta in grembo mille altri rivoli di contaminazione geopolitica. L'incontro di oggi con il re Abdullah di Giordania ad Amman è proprio focalizzato su questo aspetto: l'accordo nucleare iraniano è stato definito da Trump “il peggiore di sempre". Ma mentre sui rapporti con Mosca la linea di equilibrio della Casa Bianca è oggettivamente oscillante, sull'Iran non c'è dibattito che tenga.

"Restiamo profondamente preoccupati per la pericolosa escalation delle minacce iraniane verso Israele e la regione – ha detto Pompeo – mentre resta l'ambizione dell'Iran di dominare il Medio Oriente. Gli Stati Uniti sono con Israele in questa lotta. E sosteniamo fermamente il diritto sovrano di Israele di difendersi”. Più chiaro di così...

Ma dal momento che la forma è anche sostanza, ecco che in occasione del 70mo anniversario della fondazione di Israele (il prossimo 14 maggio) gli Usa apriranno formalmente la propria ambasciata a Gerusalemme alla presenza di una foltissima delegazione di diplomatici provenienti da tutto il mondo. Un modo per puntualizzare modi e tempi, in un fazzoletto di mondo dove tutto sembra di nuovo al punto di partenza come un infinito gioco dell'oca.

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