26 maggio 2019: è la data che Mattarella ha già cerchiato di rosso. Per riportare l'Italia al voto


A giugno è praticamente impossibile; a ottobre è possibile ma improbabile; a maggio del prossimo anno è non solo possibile, ma del tutto probabile


di l'innocente
Categoria: CapoVerso (rubrica innocente)
19/03/2018 alle ore 10:53

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A giugno è praticamente impossibile; a ottobre è possibile ma improbabile; a maggio del prossimo anno è non solo possibile, ma del tutto probabile. Il percorso che potrebbe riportare l'Italia al voto lo si capirà meglio con l'elezione dei presidenti di Camera e Senato, con le maggioranze che si creeranno in quell'occasione in Parlamento.

Ma è già un fatto che anche i bookmaker inglesi si siano attrezzati per quotare il ritorno alle urne italiano in contemporanea con le europee. Fatto che trasformerebbe il nostro voto in una sorta di redde rationem per l'intera traballante Unione.

A Londra come a Bruxelles hanno del resto capito che chiunque se ne prenda il carico, l'esecutivo che nascerà in Italia sarà gracile, talmente fragile da non poter sopravvivere più di qualche mese, massimo un anno. Anche il presidente Mattarella vede che la missione è quasi impossibile. Non lascerà nulla di intentato, com'è ovvio.

Ma infine anche lui prenderà atto che per uscire dall'impasse post voto potrebbe essere necessario un governo di scopo. Un esecutivo a tempo, circoscritto. Un governo di minoranza o di tutti che provi magari a correggere la legge elettorale (anche solo aggiungendo un premio di maggioranza) e riporti gli italiani al voto in contemporanea con le elezioni per il parlamento europeo del 26 maggio 2019.

Perché é vero che di pazienza Mattarella ne ha da vendere. Ma non a dispetto. Né dei Santi cui è devoto né men che meno di questi partiti o di questi gruppi parlamentari che non lo convincono affatto.

La situazione politica è del tutto singolare: due vincitori chiarissimi che però non hanno i numeri sufficienti per governare. Ciò non lascia molti margini di manovra al Presidente. Che si starebbe convincendo: a situazione eccezionale non si può che rispondere con una decisione eccezionale. Per questo la strada pare tracciata.

I vincitori, Cinquestelle e Lega, si annusano, si temono, non si fidano: sanno che l'unica maggioranza possibile è quella che li costringerebbe insieme al governo, ma hanno timore di bruciarsi, di fare il primo passo. Pensano più alla possibile fregatura che alla possibile collaborazione. Pur avendo le urne dimostrato una notevole contiguità travi loro elettorati che per la prima volta, sommati, raggiungono più del 50%.

Di Maio e Salvini cincischiano, marcando il perimetro della politica con distinguo e altolà.

L'uno, il Movimento 5Stelle, punta deciso la presidenza della Camera scansando come la peste quel Senato che, seconda carica dello Stato, li vedrebbe costretti a consentire, collaborare, convenire con qualsiasi strategia il Colle decida di adottare.

L'altro, la Lega, è, se possibile, ancor più attenta: la supremazia scaturita dalle urne su tutto il centrodestra è il bene da preservare e, perciò, occhi aperti e cautela massima per rintuzzare le tante trappole disseminate dagli alleati coltelli di Forza Italia e Fdi. Per questo Salvini vuole uno dei suoi a Palazzo Madama, perché sa bene che con quella poltrona in mano nessuno potrebbe estrometterlo da alcun gioco. Ecco perciò che la somma delle paure di M5S e Lega unite alla litigiosità interna di una Forza Italia che non ha per nulla smaltito il sorpasso e di un Pd frazionato ormai su tutto producono lo stallo attuale.

Stallo con cui deve fare i conti il Quirinale. Che ovviamente attende e monitora. Ma che ha già cerchiato di rosso quel 26 maggio dell'anno prossimo.

 

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