La possibile lezione del caso Macron al partito che non c'è in Italia


Mentre nello stivale l'antipolitica svela i suoi limiti e le forze tradizionali faticano a rinnovarsi in modo armonico



La cattiva abitudine italica di guardare, sempre e comunque, alle dinamiche politiche straniere, per regolare le proprie mille distonie interne, non viene mai meno. Mille e più volte nel passato, (recente o meno recente) ci siamo interrogati su chi sarebbe potuto essere lo Tsipras italiano, il Trump de noartri, il nuovo Corbyn a sinistra, la Le Pen del Colosseo o finanche il “Putin biancorossoeverde”.

Ma il secondo “tempo” delle elezioni francesi qualche spunto di utile riflessione può forse veicolarlo, non tanto nei volti ma nel modus operandi. Nessuno sa se il neo presidente, Emmanuel Macron, sarà efficace o meno nel risollevare le sorti di una Francia sfilacciata dai tentennamenti di François Hollande, definito da più parti il peggior presidente della storia. Al pari del fatto che nessuno ha la palla di vetro per ipotizzare come potrà Parigi, da un lato, tentare di migliorare l'euroguida rappresentata (nel bene e nel male) da Berlino, e dall'altro co-gestire dossier assolutamente straordinari come la Brexit, le migrazioni, l'Isis, il rapporto con Trump e le nuove strategie del gas nel Mediterraneo orientale.

Ciò che, però, si può cogliere dalla fruttata d'Oltralpe è il segno dato dagli elettori, al netto di campagne dei media e di social networks influence. Moltissimi, tra gollisti, centristi, verdi e socialisti, hanno deciso di cambiare: e hanno votato in massa per Macron e il suo movimento En Marche!.

Sì, lo hanno fatto a scatola chiusa, prendendo un bel rischio, dal momento che riscontri ancora non ce ne possono essere, e non ce ne saranno se non nel medio-breve periodo. Oltre alla macchina organizzatrice e ispiratrice rappresentata da Brigitte Trogneux, la prof. conosciuta al liceo cattolico di Amiens, vera e propria anima della sua carriera politica (e della sua vita), il Presidente può contare su un gruppo che chiama abitualmente “les enfants”. Collaboratori tra i 27 e i 35 anni formatisi sotto quella ampia scuola che faceva riferimento all'ex numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, oltre ad una serie di teste pensanti, colti e preparati, con curricula davvero lunghi, che si sono messi in gioco inventandosi, da zero, un movimento e una classe dirigente. Utilizzando anche lo strumento della rete, ma dando consistenza e peso specifico a post e like.

Il difficile, come è ovvio viene adesso, con la sfida pazzesca di dover dare seguito alla maggioranza assoluta ottenuta in Parlamento e alle grandi aspettative che i francesi, coraggiosi nel cambiare ma molto esigenti poi nell'incassare, hanno riversato nell'uomo nuovo. Ma dalla Francia arriva uno spunto che, perché no, potrebbe essere valutato dalla politica italica e dai suoi elettori. In un momento iper confusionario, dove l'antipolitica svela i suoi limiti e dove le forze tradizionali faticano a rinnovarsi in modo armonico, la possibile nuova proposta, costruita su volti freschi, con curricula rocciosi, senza in mano il libro dei sogni ma con piglio pragmatico, può essere foriera di consensi.

Un assunto che non è automaticamente placenta per nuova vita in Parlamento, ma che può essere preso a metro sia dai soggetti politici attualmente presenti, che da quelli in embrione che già guardavano le elezioni anticipate di settembre come un rapido (ma efficace?) trampolino di lancio. I nomi circolati nelle scorse settimane, come Cairo, Calenda, Galliani c'è da scommettere che saranno sui giornali durante la prossima estate.

 

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