La partita su larga scala di Macron e la clava dei flussi migratori


Bisogna unire il dovere dell'umanità, l'ordine repubblicano e l'efficienza amministrativa: ecco come gestire l'emergenza



"La nostra linea è chiara: a ciascuno dobbiamo garantire un'accoglienza dignitosa e umana, tutti dobbiamo dare una risposta rapida, ma quelli che non sono ammessi dobbiamo fare in modo che tornino nel loro paese".

Non solo parole di uno dei leader dell'ultradestra made in Visegrad, ma del Presidente francese Emmanuel Macron che a scelto Calais, luogo simbolo, per ribadire il perimetro della politica migratoria di Parigi e, perché no, anche per lasciar cadere qualche sassolino in direzione di Berlino e Roma.

Punto di partenza lo status di Calais. Mentre da un lato le associazioni e le ong premono per accelerare il trattamento delle domande di asilo (più di centomila nel solo 2016) dall'altro il Presidente, con quelle poche ma secche parole, ha tracciato il perimetro di ciò che si può fare e di ciò che non si può fare (né immaginare).

Il trattato di Dublino ha portato molti rifugiati a poggiarsi (solo) sui paesi di prima accoglienza, ovvero Italia e Grecia, ma con il macro ritardo rappresentato dalle quote di ricollocamento. A Calais Macron ha lanciato più di un segno in direzione di Bruxelles e di Berlino: ha difeso con fermezza le proprie scelte unendo il dovere dell'umanità, l'ordine repubblicano e l'efficienza amministrativa.

Un equilibrio che, in Francia come in Italia, è quotidianamente messo in discussione dalle organizzazioni umanitarie e dall'ipocrisia di chi, come a Capalbio, predica retorica e applica altro.

Un conto è la solidarietà e l'aiuto ai più deboli, un altro paio di maniche immaginare un corridoio costante e continuo di flussi incontrollati, su cui Macron ha detto chiaramente di no. In questa cornice la posizione è evidentemente antitetica all'apertura tout court fatta dalla cancelliera Merkel sin dal 2015 quando, in occasione della crisi di Idomeni e di Lampedusa, aprì di fatto le porte dell'Ue e del suo Paese, ma pagando un doppio conto: elettorale con le ultime urne che le hanno riservato meno voti del previsto e di merito, con una contingenza emergenziale che non migliora (si veda il vademecum del premier austriaco).

In Italia parole come quelle di Macron sarebbero state pesate come xenofobe da certa stampa, invece sono la logica conseguenza di un ragionamento di corretta amministrazione di una comunità. Ma al di là delle mille storture italiane, che da sole varrebbero dieci tomi di trattati sul tema, da Calais giunge un altro spunto: ovvero la volontà di Macron di fare due passi avanti non solo riguardo ad un tema assolutamente scottante come l'immigrazione, ma nei confronti dell'euroleadership.

Le ultime settimane sono state caratterizzate da un intenso lavorìo che ha sfiancato Angela Merkel per la composizione dell'esecutivo.

In questa vacatio Parigi ha spinto sull'acceleratore, come dimostrano il viaggio a Pechino e le continue mosse in Libia. Certo, l'asse Parigi-Berlino è lì che svetta, anche perché Londra è preda dei quotidiani isterismi del governo May, Madrid sta gestendo il caso catalano e Roma va verso il voto.

Ma, ed è questo l'elemento nuovo, non ci sono più i parametri di tre anni fa, quando con un Hollande in picchiata netta e un Cameron sulla cresta dell'onda per l'ondata liberale del referendum, Berlino si ergeva a unico faro nella burrasca.

 

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