E'sugli esteri che l'Italia deve fare mea culpa: tutti i kappaò di Lady Pesc


La famosa nuova classe dirigente, sull'onda della rottamazione, non ha creato cloni di De Gasperi, Almirante, Berlinguer o Andreotti


di Francesco De Palo
Categoria: Francesco De Palo
11/12/2017 alle ore 19:23

Tag correlati: #depalo#libia#mogherini#ue

Quando Federica Mogherini venne nominata capo della politica estera Ue, a Roma si registrò un certo entusiasmo. Era tornata la presenza italiana a Bruxelles, si sarebbe determinata una guida diversa sulle tematiche più delicate, il caso libico sarebbe stato gestito diversamente, le interconnessioni nella macro regione mediorientale avrebbero preso una piega più favorevole (per chi cerca conferme, leggere le agenzie del dopo nomina).

Dal 2014 ad oggi sono accadute molte altre cose. Il dossier Libia ci è stato sfilato da Macron, il Mediterraneo dopo l'avvento di Trump alla Casa Bianca non ha registrato un cambio di passo né l'Italia è riuscita a farsi leader, la patata bollente dell'immigrazione è rimasta solo in mani italiche, perfino la Grecia ci ha anticipati e Cosco China ha scelto Pireo (e non un porto italiano) per le sue migliaia di containers, di Corridoio 8 e eurologistica in Italia non si parla più, l'olio tunisino è stato acquistato senza dazi alla faccia dei produttori meridionali, e la partita sul grano al glifosato non ci ha visti nemmeno seduti al tavolo.

In un'azienda privata un Ceo con questi risultati non solo sarebbe stato licenziato in tronco, ma avrebbe dovuto anche pagare i danni alla propria azienda. Lo Stato, che si chiami Ue o Italia cambia poco, è davvero un altro mondo.

E non può bastare l'analisi di quanti oggi ripetono il ritornello dei numeri incoraggianti, della mini ripresa e degli occupati in crescita. La politica estera italiana, anche in virtù dell'avvicendamento Gentiloni-Alfano, non gode di buona salute né la carta Mogherini ci ha portato vantaggi. Ad oggi forse un minus. Niente di personale, ma i fatti parlano chiaro.

Non è sufficiente invocare il cambiamento sulla scia di tweet, leopolde, adunate non più oceaniche e mosse della disperazione (come in passato fu la nomina di Carlo Calenda a ambasciatore in Ue, contro tutti i protocolli). Non è sufficiente chiamare a raccolta le intellighenzie quando poi comanda il giglio magico o l'inner circle, mentre invece la strada sarebbe un'altra. Davvero un'altra.

Nel 2018 all'Italia servirà una manovra correttiva, come da euroletterina giunta sotto l'albero di Palazzo Chigi. Ci saranno da affrontare e superare ostacoli biblici, come la gestione della Via della Seta, la ripresa degli sbarchi (che a primavera non mancherà), l'evoluzione dell'Isis dopo le buone notizie che giungono dall'Iraq e le cattive da New York colpita dall'ennesimo attacco, la strafottenza della Turchia anche alla voce gasdotti, il silenzio tragico che è piombato sulla Libia con l'Africa che ormai è “cosa” francese e tedesca, con l'Italia ancora in terza fila.

Per cui servirà qualità, curricula e personalità. Non generica rottamazione e nomine casuali. Qualche giorno fa lo ha scritto sul Corriere della Sera Franco Venturini, non un commentatore qualsiasi: “Non se la prenda l’Alto Rappresentante Federica Mogherini, ma è ormai evidente che la vera forza propulsiva della politica estera europea risiede in America e si chiama Donald Trump”.

Ma al di là di quanto la Casa Bianca influenzerà il mare nostrum, è l'ennesima occasione sprecata per Roma che dovrebbe indignarci e farci riflettere sulla famosa nuova classe dirigente, sull'onda della rottamazione che non ha creato cloni di De Gasperi, Almirante, Berlinguer o Andreotti. Tutt'altro.

 

twitter@ImpaginatoTw