Il sentimento della natura nelle tele di Filippo Palizzi


L'astro della pittura ottocentesca abruzzese fu verista, con una visione di compiutezza unica, eccezionale


di Valentina Coccia
Categoria: Incolta
11/12/2017 alle ore 07:00

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La stagione pittorica ottocentesca fu, in Abruzzo, straordinariamente vivace ed intensa. Gli artisti locali si imposero non solo in ambito regionale: la loro fama e soprattutto la loro arte ebbe eco oltre i confini nazionali, segnando indissolubilmente le vicende artistiche del secolo.

Molti di questi pittori, difatti, lasciarono ben presto la terra natia attratti dalla vivacità culturale napoletana o dalla sfavillante Parigi ed in questi luoghi ebbero modo di accrescere le proprie competenze, ampliare la propria produzione, mantenendo tuttavia un rapporto viscerale con le proprie radici, visibile in diversi tratti del fare pittorico.

Un posto di rilievo in questa trattazione spetta a Filippo Palizzi (Vasto 1818 – Napoli 1899), secondo di quattro fratelli, tutti dediti alla pittura (Giuseppe, 1812-1888, Nicola, 1820-1871, Francesco Paolo, 1825-1871), protagonisti con Valerio Laccetti e Gabriele Smargiassi di quella scuola napoletana detta di Posillipo, creatrice di in pittura “dal vero”, essenzialmente naturalistica.

L’insofferenza dell’artista per gli ambienti accademici si manifestò ben presto, quando, stabilitosi a Napoli presso il fratello Giuseppe, decise di abbandonare la Regia Accademia di Belle Arti a soli pochi mesi dall’ammissione per dedicarsi allo studio dal vero, avvicinandosi contestualmente alla scuola di un altro pittore abruzzese, Giuseppe Bonolis.

Di nuovo insoddisfatto, si allontanò anche da questo circolo e cercò ispirazione nella pratica assidua del disegno immerso nella natura, una natura che trasporrà magistralmente su tela prediligendo quegli “Studi di animali” che gli garantirono un vittorioso esordio all’Esposizione Borbonica del 1839. Nell’ottobre del 1842 intraprese il primo viaggio all'estero, chiamato dal principe Maronsi per insegnare pittura al figlio in Asia Minore; vi restò due anni, per poi fare ritorno a Napoli.

Si dedicò per un periodo al “Paesaggio storico”, mostrando particolare interesse per le vicende risorgimentali del Regno delle due Sicilie (si vedano dipinti quali "La sera del 18 febbraio 1848 a Napoli" e "Le Barricate del 15 maggio 1848") e svolse anche attività di ritrattista, ma il suo legame viscerale con la terra, col mondo contadino e pastorale, era più forte di ogni altra inclinazione: la passione per il mondo animale, colto nella sua semplice quotidianità con corpose pennellate di colori terrosi, ravvivati da preziosi effetti luministici, fu viva ed intensa e costellò l’intera sua produzione.

Dopo numerosi viaggi a Parigi in occasione delle Esposizioni universali, nel 1878 accettò l’incarico di Presidente del Regio Istituto di Belle Arti di Napoli, con l’intento di attuare una profonda riforma che rendesse l’attività d’insegnamento in linea con i tempi.

Lasciò gran parte della sua produzione in dono, e le sue opere sono oggi divise tra la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, l’Accademia di Belle Arti di Napoli e il Museo Civico di Vasto.

L’eredità pittorica del Palizzi è in quella vibrante tavolozza scossa dal sentimento inteso di un uomo profondamente innamorato della natura, narrata con fine lirismo che su tela affiora con bucolica poetica. Egli fu un pittore verista, con una visione di compiutezza unica, eccezionale, il cui accurato annotare di ogni lieve variazione ambientale veniva poi reinterpretato in un insieme di assoluta perfezione formale, fatta di minuziosa meticolosità nella resa del particolare.

Nell’osservare i suoi dipinti, si è sfiorati dal pensiero che gli stessi siano permeati del nostalgico, velato ricordo della terra natia, che gli scenari dell’infanzia restarono vivi nella mente del pittore, che quel suo amore per la natura sia in fondo esploso nella sua anima proprio nel quotidiano, giovanile sguardo volto all’incantata cornice della nativa Vasto che, come Filippo stesso riporta nella sua autobiografia “il mare adriatico ha dinanzi, i monti Maiella e lungi il Gran Sasso d’Italia, boschi secolari la circondano, oliveti e piani fruttiferi e coltivato firmano il suo agro”.

 

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