Il paradosso dei grillini: disaffezione e calcolo


C'è stata la Sicilia e c'è stata Ostia. C'è stata una sconfitta e c'è stata una vittoria. Eppure mai risultati diametralmente opposti sono uguali



Dopo la Sicilia, Ostia: il paradosso dei Cinquestelle è tutto qui. Paradosso che è nei fatti e nei numeri. Perché sono proprio i fatti e i numeri a spiegarci che la magnifica e progressiva forza di attrazione dei grillini sembra ora essersi inceppata. C'è stata la Sicilia e c'è stata Ostia. C'è stata una sconfitta e c'è stata una vittoria. Eppure mai risultati diametralmente opposti sono apparsi, a ben guardare, così uguali.

Le truppe di Grillo hanno perso in Sicilia e hanno vinto a Ostia grazie al medesimo effetto: la disaffezione. Ovvero la nausea, il rifiuto della stragrande maggioranza dei cittadini chiamati alle urne di partecipare ad un rito che, evidentemente, ritengono inutile, incapace di dare soluzioni ai problemi reali e quotidiani. Disaffezione collegata in entrambi i casi a calcolo politico. I grillini adesso esultano. Esulta persino la sindaca di Roma Virginia Raggi nonostante stia, inesorabilmente, facendo rimpiangere tutti i suoi predecessori.

Ma, al netto degli entusiasmi da circostanza, la verità è che i M5S vincono il secondo scontro (Ostia) per lo stesso motivo per cui hanno perso il primo (Sicilia). L'addio alle urne e il calcolo di ampi settori della sinistra hanno consegnato al centrodestra, attraverso il voto disgiunto, la nostra isola maggiore; stesso rifiuto e analogo calcolo della sinistra, esclusa dal ballottaggio, hanno regalato ai Cinquestelle il X municipio della Capitale.

Certo, due indizi non sono ancora una prova. Ma ci si avvicinano. E non bisogna essere Ercole Poirrot per capire perciò che i Cinque Stelle a trazione Di Maio e senza la partecipazione continuativa ed elettrizzante di Beppe Grillo comincino a perdere colpi.

Il fatto è che il comico fustigatore non è riuscito a trovare un cavallo vincente o almeno un suo replicante da insediare alla guida del movimento. Di Maio - al netto di sforzi persino encomiabili - non sembra avere la stoffa, gli studi e, forse, manco le palle per affrontare la prossima competizione politica. La fuga dal faccia a faccia con un Renzi in grande difficoltà ne e' conferma. Può mandare a memoria il compitino dell'intransigenza anti-Palazzo, può girare in bici l'Italia, isole comprese, può cercare di accreditarsi in Europa e a Washington, ma risulta del tutto incapace di attrarre e di coinvolgere.

Del tutto altro da Grillo. Troppo sterile e ripetitivo, persino troppo ordinato e preciso per risultare vero e credibile, per catturare il consenso di chi vuol cambiare davvero. Di Maio può solo sperare che l'autodissoluzione della sinistra provochi il paradosso di Ostia nei collegi maggioritari. Altrimenti non avrà scampo: Berlusconi se lo papperà con tutte le penne.

 

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