Alla scoperta della Torre Carlo V: elegante guardiana di un antico Impero


L'edificio è oggi sede del Museo archeologico Antiquarium Castrum Truentinum



L’elegante profilo in laterizio della Torre Carlo V si offre a mo’ di cordiale benvenuto alla vista di coloro che, attraversato il fiume Tronto, abbandonano il territorio marchigiano trovandosi, d’improvviso, in Abruzzo.

L’edificio, oggi sede del Museo archeologico Antiquarium Castrum Truentinum, è custode e narratore di quella storia che, nel XVI secolo, vide il medesimo fiume segnare il confine tra Regno di Napoli e Stato della Chiesa, negli anni in cui Carlo V regnava quale Imperatore del Sacro Romano Impero e re di Napoli. Esso è parte di quel grandioso sistema difensivo voluto dai vicerè spagnoli a difesa della costa dalle incursioni saracene e venne eretto per volere di Don Pedro di Toledo nel 1547, con la duplice funzione di posto di guardia e dogana, cui venne destinato l’adiacente edificio, in funzione fino al 1860.

Al capitano ed architetto militare di Carlo V, il valenciano Pedro Luis Escrivà, ideatore tra l’altro del Forte Spagnolo de L'Aquila e di Castel Sant' Elmo a Napoli, venne commissionata la progettazione, mentre la realizzazione fu diretta dal capitano Martin De Segura, dal quale prese il nome anche il centro abitato.

 

La Torre Carlo V differisce dalle altre torri costiere abruzzese coeve (originariamente 18, delle quali solo sei sono giunte fino a noi) per caratteristiche costruttive che la rendono un esempio particolarmente interessante, affine ai manufatti difensivi delle coste laziali e campane e ad alcune torri adriatiche del vicino Stato della Chiesa.

Un disegno contenuto nel manoscritto Visita delle torri d’Abruzzo, datato 1598 e oggi conservato alla Bibliothèque Nationale de France, documenta lo stato originario della torre e dell’adiacente casa doganale. La struttura è caratterizzata da un assoluto, incantevole equilibrio tra imponenza e raffinatezza; l’autorevole struttura a base quadrangolare si sviluppa su tre livelli, scanditi da due cornici marcapiano in pietra.

Gli elementi presenti in facciata ne ingentiliscono l’andamento, a partire dalla preziosa edicola che campeggia al centro della fascia centrale, composta da due colonnine poggianti su grosse mensole, i cui capitelli compositi sorreggono un architrave riportante l’iscrizione “CAR. V. ROMA. INPERA”, sormontato a sua volta da un timpano.

All’interno dell’edicola, le insegne araldiche dell’imperatore Carlo V (l'aquila bicipite degli Asburgo ed il Toson d'Oro) e, sotto, quelle di Don Pedro di Toledo, mentre alla base della stessa è rilevabile un frammento dell'epigrafe dedicatoria, posta nel 1547. Raffinate finestre in pietra incorniciate sorgono sul medesimo lato, quello est, realizzate probabilmente nel momento in cui l’edificio, da struttura difensiva militare qual era mutò in residenza di prestigio, che non necessitava più di feritoie.

Il tetto a due falde, poggiante su un coronamento sporgente di lunghi beccatelli intervallati da caditoie, è con ogni probabilità una aggiunta nata nella medesima fase di trasformazione, in sostituzione dell'originale merlatura.

La Torre vigila sulle vite dei cittadini di Martinsicuro dalla sua lieve altura come una silenziosa testimone del passato e del presente, che di passato e presente raccoglie i segni in ogni sottile variazione tonale della superficie muraria, in ogni traumatica lacerazione, al pari di un’epidermide solcata da indelebili cicatrici e sottili venature.

Un bene culturale è un organismo vivo, vitale, che nel tempo e del tempo è creatore e vittima, esattamente come noi.

Ogni volta che vado via dalla mia cittadina o vi faccio ritorno, passando obbligatoriamente dinanzi quella splendida Torre, c’è un passo di Pavese, tratto da La luna e i falò, che riecheggia nella mia mente: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”.

E nella Torre c’è qualcosa di nostro, come nel mare che vi si staglia dinanzi e nelle delicate colline che alle sue spalle riposano; un tratto identitario, viscerale, imprescindibile, che anche quando non ci siamo (o, semplicemente, non lo percepiamo), è lì ad aspettarci, per narrarci ciò che ci appartiene.

 

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