Perché la sedia è un (buonissimo) simbolo di mediazione


Settimo appuntamento con la rubrica bisettimanale Ri-Mediamo, curata dalla dott.ssa Teresa Lesti, mediatrice familiare e Consigliera Regionale Aimef



Perché le coppie scelgono di affidarsi ad un mediatore familiare? Sono consigliate dal loro avvocato o maturano questa decisione in autonomia? Vengono sollecitati da parenti, amici, insomma… come ci si avvicina ad un percorso di mediazione familiare?

Le strade che conducono a noi mediatori possono essere molteplici: altri professionisti, il giudice, i servizi sociali, gli avvocati delle parti appunto; ma ciò che rileva è il motivo per cui poi restano con noi.

Una mia collega, con cui ieri riflettevo sull’argomento da scegliere per l’articolo di oggi, mi ha suggerito di parlare della “sedia” nella stanza di mediazione. Voi vi chiederete cosa mai possa dire a tal proposito e soprattutto di che interesse possa essere mai, per una rubrica che parla di mediazione familiare, la sedia dove le persone si accomodano per parlare con noi.

La “sedia” è un simbolo in mediazione e ne desidero evidenziare alcuni dei suoi diversi significati. I genitori, intanto, quando arrivano da noi vengono accolti e fatti accomodare su due sedie disposte vicine tra loro e a formare un cerchio con noi mediatori; certo, perché anche noi mediatori abbiamo una sedia sulla quale dovremmo sentirci comodi, tralaltro, per aiutare davvero le persone con le quali stiamo scegliendo di lavorare.

La prima simbologia è rappresentata proprio dal setting della mediazione, dalla disposizione delle sedie e dai principi che nella stanza regneranno durante tutto il percorso insieme ai genitori: riservatezza, informalità, confidenzialità, assenza di giudizio e di torti/ragioni. In mediazione non vige la regola del diritto, infatti, se non quello del minore, ma bensì quella della responsabilità e della reciprocità per continuare insieme meglio – magari – a fare i genitori.

Ebbene, quella stessa sedia dove i genitori si accomodano nel primo incontro con noi, cambierà per loro volto molte volte: su misura, comoda, di colpo scomoda, poi di nuovo più confortevole - ma solo a tratti - qualche volta bollente fino a doversi alzare scappando via, altre volte gelida da rimanere congelati senza riuscire neanche a muoversi. La sedia a volte inchioda, ma solo da lì è possibile ripartire per un nuovo disegno familiare che ha subito modifiche e pertanto necessita di nuove misure.

Per un vestito fatto su misura ci vuole un buon sarto, così come per un buon nuovo progetto familiare serve una buona mediazione, nonostante e anzi proprio partendo da quelle sedie “scomode” a tratti pungenti ed insostenibili.

La sedia, infatti, è il simbolo dell’accoglienza, del rispetto, della responsabilità ma anche spesso la misura e lo specchio delle difficoltà e delle incapacità dei genitori a restare lì seduti.

Nel mio lavoro a volte introduco poi una sedia speciale, a me molto cara, quella dei “bimbi

I figli in mediazione generalmente non sono presenti, in quanto il mediatore familiare lavora con i loro genitori – salvo casi particolari e con le dovute garanzie di cui ci occuperemo in un altro articolo magari – ma anche se non ci sono fisicamente, sono presenti emotivamente e anche molto concretamente, aggiungo, dato che si sta parlando delle loro scelte, delle loro attività, dei loro diritti.

Quando nella stanza il clima emotivo diventa incandescente, la conflittualità sembra avere una escalation infinita: ebbene, in quel momento, mi è capitato di inserire tra i genitori, ma leggermente in una linea più bassa, una sedia per ricordare loro per chi sono lì e per chi stanno soffrendo e scalpitando sulle loro sedie!

La sedia dei bambini ha una simbologia incredibile e una forza trasformatrice e lenitiva del conflitto che nessuna squadra di mediatori familiari potrebbe mai avere.

I genitori si ammutoliscono, guardano quella sediolina, vuota, solo apparentemente e poi incrociano i loro sguardi: per la mamma e per il papà, infatti, quel posto, quello spazio ideale, rappresentato dalla sediolina, è invece denso di emozioni e di significati, ricordi, paure, desideri ancestrali, esigenze di cura e pace che riempiono la stanza.

Le loro sedie, allora, tornano più confortevoli e in quel circolo ideale di empatia si riesce a ripartire per lavorare meglio.

Questa è solo una delle tante strategie e possibilità che i mediatori conoscono per lavorare, pur in assenza dei figli, ma con la loro presenza.

Abbiamo parlato di tre “sedie”, ma potrebbero essere anche di più.

Le principali, comunque, sono sicuramente quelle dei genitori e dei loro figli, poi quella di noi mediatori, che, solo sentendoci “ comodi” nella nostra, possiamo sostenere i genitori, affinché, anche nei tanti momenti di difficoltà di cui un percorso di mediazione è costellato, scelgano di restare sulla propria sedia!

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