Vi svelo la co-mediazione: come lavorare (bene) insieme ad un collega


Sesto appuntamento con la rubrica bisettimanale Ri-Mediamo, curata dalla dott.ssa Teresa Lesti, mediatrice familiare e Consigliera Regionale Aimef



Cosa significa co-mediazione? Il mediatore familiare lavora da solo o può farsi coadiuvare da un collega? In merito a questo non esiste una regola, la mediazione familiare è un percorso volto alla riorganizzazione delle relazioni alla luce di una frattura separativa e può essere gestito da un solo professionista o anche da una coppia di mediatori familiari.

Senza entrare nel merito dei diversi modelli di intervento, si focalizza l’attenzione sul valore aggiunto di un lavoro che, se ben integrato, può rappresentare una risorsa per la coppia. Vi racconto una mia esperienza legata ai primi anni di lavoro.

Facevo parte di una associazione nelle Marche e venivo chiamata per svolgere delle mediazioni familiari presso un piccolo Comune. In una di queste, ho lavorato con una collega più matura di me professionalmente, molto capace ed empatica, con cui ho da subito raggiunto una sinergia incredibile.

Inizialmente, essendo meno esperta della mia collega, lasciavo più spazio a lei nella conduzione della mediazione e mi sentivo un po’ “timida” nella stanza di lavoro; poi pian piano, sono riuscita a trovare il mio spazio ed insieme a lei il nostro spazio rispetto alla coppia.

Come ho più volte sottolineato, nella stanza di mediazione c è un equilibrio delicatissimo, che si basa sulla comunicazione verbale, non verbale, sui silenzi e su ogni piccola “vibrazione emotiva” che risuoni nello spazio.

Nel precedente articolo sulla “paura in mediazione” ho utilizzato la metafora del pentagramma per indicare le note, la musica che noi mediatori suoniamo con la coppia: ebbene, questa acquisisce tonalità più intensa se orchestrata in coppia.

Chiaramente tra i due colleghi ci deve essere una grande empatia e sintonia professionale altrimenti questa “duetto” rischia di rappresentare una “dualità” che impatta negativamente sul clima emotivo nella stanza di lavoro.

Del resto, noi lavoriamo con due persone, con due genitori, generalmente un uomo ed una donna: quindi la presenza di due mediatori familiari ( magari anche qui uomo - donna o dello stesso sesso) può rappresentare una risorsa per l’equilibrio emotivo e relazionale del setting di lavoro e per la gestione dei momenti di forte empasse.

In mediazione ci troviamo a lavorare in una tempesta di emozioni, quindi, il fatto che il mediatore che ci traghetta sia particolarmente vigoroso può solo che giovare alla traversata e questo “vigore” inteso come capacità di conduzione se condiviso può essere di grande risoluzione per il percorso.

La mia collega Paola, per concludere la condivisione di quell’esperienza, mi è rimasta nel cuore e noi, credo – sono sicura - in quello della coppia: abbiamo lavorato sempre con grande equilibrio e rispetto tra noi e con loro, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, chiusura e apparente stallo di un percorso di mediazione. Ci siamo sempre sostenute e reciprocamente accompagnate per guidare meglio loro, come genitori, nella cura dei loro bambini.

La mediazione è stata un successo per la coppia e quindi per noi: hanno concluso un accordo sui loro due figli ( un maschietto ed una femminuccia) e hanno ritrovato, loro come persone, un po’di pace.

Oltre che con Paola, ho lavorato bene anche con altre colleghe e mi trovo oggi spesso a lavorare da sola: non c è una regola o un sistema migliore di un altro.

Se in coppia si riesce a lavorare bene, è una risorsa per noi mediatori e per voi genitori: “accogliere”, empatizzare, rispecchiare, contenere emotivamente è molto impegnativo e quindi, condividere con umiltà e professionalità questo lavoro, rappresenta una risorsa.

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