Gran Sasso, chi sta lavorando per il no all'escalation radioattiva


La Regione Abruzzo, le province e i comuni assicurino la pubblicazione e divulgazione di tutta la documentazione autorizzativa



Chi sta lavorando per il no alla escalation radioattiva sul Gran Sasso? La Mobilitazione Aqua Gran Sasso dopo le accuse di immobilismo rivolte nei giorni scorsi alla Regione Abruzzo e la notizia che la sorgente radioattiva è stata già acquistata, entra nuovamente sul tema sostenendo che con un incidente potenziale l'impatto catastrofico sarebbe notevole sull'intera regione e sull'Adriatico.

La sorgente radiattiva entro aprile 2018 sarà posta sotto centinaia di tonnellate di idrocarburi con rischio di "effetto domino", osservano, e rivolgono un appello alla mobilitazione generale e alla trasparenza annunciando un'assemblea pubblica per il prossimo 18 ottobre a Teramo, presso la sede di Teramo Nostra in via Romani 13.

Sottolineano che la quantità di emissioni della sorgente di Cerio144 in arrivo entro Aprile 2018 dalla Russia, da Mayak dove si sta manipolando il combustibile nucleare proveniente dal reattore della Centrale nucleare di Kola, è dell'ordine di grandezza del rilascio in mare a Fukushima di Cesio137 (che è stato responsabile di una parte considerevole delle emissioni).

La sorgente radioattiva in questione, secondo i documenti redatti dagli stessi scienziati (anche se non dispongono per ora dell'accesso a documenti di enti pubblici) è tra 100.000 e 150.000 curie, cioè tra 3,7 e 5,55 Petabecquerel (PBq). A Fukushima secondo l'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica per il Cesio137 finito in mare vi sono diverse stime che oscillano tra 2,7 e 5,7 Petabecquerel. Il valore di 1/4 uscito in questi giorni era riferito alla stima peggiore contenuta in una delle numerose ricerche che si sono occupate dell'incidente giapponese citate dall'IAEA, giusto per usare il valore più conservativo.

E accusano: “Lì parliamo di emissioni in un oceano, qui di un rilascio che potrebbe avvenire dentro una montagna piena d'acqua e da qui interessare diversi corsi d'acqua dal Pescara al Tronto fino ad arrivare all'Adriatico che in confronto al Pacifico è una vaschetta. Un rilascio massivo di quella sostanza dal contenitore renderebbe immediatamente radioattiva l'acqua usata negli acquedotti di L'Aquila e Teramo. Idem quella dei fiumi sui due lati della montagna, dal Pescara al Vomano fino al Tronto (per le varie captazioni Enel che rimandano alla fine parte dell'acqua anche in quel fiume). Si perderebbe l'acqua per l'irrigazione. Difficilmente un territorio simile avrebbe un futuro, tenendo anche conto della necessità di evitare la contaminazione per esposizione diretta della popolazione. Per non parlare dell'Adriatico, che sarebbe raggiunto e contaminato in poco tempo”.

Propongono quindi che gli enti locali assicurino da subito la pubblicazione e divulgazione di tutta la documentazione autorizzativa varata finora sull'esperimento SOX, valutando la legittimità di eventuali atti senza dimenticare che l'Art.94 del D.lgs.152/2006, in attesa di più puntuali provvedimenti delle regioni, vieta lo stoccaggio di sostanze radioattive entro 200 metri dai punti di captazione idropotabile.

“È scandalosa, però, la colpevole inadempienza della Regione Abruzzo”, ribadiscono, rea di non perimetrare ormai da 11 anni le zone di protezione circostanti i punti di captazione idropotabile e la zone di salvaguadia per la ricarica degli acquiferi.

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